Rita De Crescenzo e la Cultura del Trash: Un’Analisi Psicologica e Antropologica del Fenomeno Mediatico Contemporaneo

Introduzione

Negli ultimi anni, il panorama mediatico italiano ha visto l’ascesa di numerose figure che incarnano la cosiddetta “cultura del trash”. Tra queste, una delle più emblematiche è Rita De Crescenzo, tiktoker e cantante neomelodica napoletana, il cui successo virale ha suscitato un ampio dibattito sull’impatto dei social media sulla cultura popolare. Il termine “trash” è spesso utilizzato in modo dispregiativo per indicare prodotti ritenuti di bassa qualità o di scarso valore culturale; tuttavia, la crescente visibilità di personaggi come De Crescenzo porta alla luce dinamiche culturali e sociali molto più complesse di quanto il semplice termine “spazzatura” possa suggerire.

Questo saggio si propone di analizzare approfonditamente, attraverso una lente interdisciplinare, il fenomeno De Crescenzo e la cosiddetta “cultura del trash”. Integreremo prospettive provenienti dalla psicologia sociale, dall’antropologia culturale e dalla sociologia, con l’obiettivo di comprendere non solo le ragioni dell’esplosione di popolarità di certe figure mediatiche, ma anche le loro funzioni sociali e psicologiche. Saranno inoltre evidenziati i meccanismi di identificazione, di costruzione dell’identità di gruppo e di legittimazione simbolica che concorrono al successo di tali fenomeni.

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Su Classe Sociale e Capitale Culturale

Le classi sociali culturali sono una lente interessante attraverso cui osservare la stratificazione sociale, perché non si basano esclusivamente su reddito e patrimonio, ma su stili di vita, capitale culturale e accesso alla conoscenza. Pierre Bourdieu, uno dei sociologi più influenti su questo tema, ha descritto come il potere non si eserciti solo attraverso il denaro, ma anche attraverso il capitale culturale: istruzione, gusti, abitudini e reti sociali che determinano la posizione di un individuo nella società.

Oggi, possiamo identificare alcune classi sociali culturali emergenti:

L’élite culturale e cosmopolita

Questa classe possiede alto capitale culturale, con istruzione elevata e accesso a reti di potere intellettuale e artistico. Non sempre è la più ricca in termini economici, ma detiene un forte potere simbolico e influenza i discorsi pubblici. Tipicamente:

  • Lavora in accademia, editoria, media, arte, cultura o startup tech con un’aura intellettuale.
  • Ha una mentalità cosmopolita, parla più lingue, viaggia molto.
  • Consuma cultura “alta” e “di nicchia” (film d’autore, libri difficili, teatro sperimentale).
  • È socialmente progressista, anche se spesso scollegata dai problemi materiali delle classi più basse.

La borghesia culturale media

È la vecchia classe media intellettuale, con una formazione solida ma senza il prestigio delle élite. Professoresse, professionisti, piccoli imprenditori culturali e creativi che:

  • Sono istruiti, ma lavorano spesso in settori non redditizi.
  • Consumano cultura “colta” ma accessibile (serie TV di qualità, podcast divulgativi, romanzi di successo ma non commerciali).
  • Sono progressisti, ma spesso con un certo snobismo verso la cultura pop.

I nuovi intellettuali precari

Un fenomeno recente è la crescita degli intellettuali precari, laureati e iper-formati che non riescono a entrare nelle classi superiori e si ritrovano in condizioni lavorative fragili (docenti sottopagati, giornalisti freelance, creativi senza stabilità).

  • Hanno un capitale culturale altissimo ma nessun capitale economico.
  • Sono spesso iper-specializzati ma sfruttati in lavori sottopagati.
  • Si trovano in una contraddizione: culturalmente fanno parte dell’élite, economicamente stanno scivolando nel precariato.

La classe popolare con cultura “ibrida”

Non è vero che le classi popolari non hanno cultura: hanno una cultura diversa, spesso più pragmatica e basata su media e intrattenimento accessibili.

  • Guarda reality show, segue influencer, ama il calcio e la musica popolare.
  • Ha una cultura più orale e visuale che scritta.
  • Spesso rifiuta la cultura “alta” perché percepita come elitaria e distante.
  • Può avere atteggiamenti ribelli verso le classi colte, ma subisce spesso la loro influenza nei trend culturali.

La cultura algoritmica e l’infodemia digitale

Oggi emerge una nuova stratificazione culturale basata non più solo su classe e istruzione, ma su come si consuma l’informazione. Gli algoritmi digitali stanno creando nuove divisioni:

  • Chi ha strumenti per decodificare il mondo e navigare l’infodemia (élite culturale e borghesia intellettuale).
  • Chi è sommerso da contenuti di bassa qualità e fake news (classe popolare digitale).
  • Chi è completamente disconnesso o rimane ai margini del discorso culturale.

La cultura come nuova frontiera della disuguaglianza

Oggi il capitale culturale è una moneta tanto potente quanto quella economica: chi possiede conoscenza, accesso ai network e capacità critica ha più possibilità di emergere e difendersi dal declino sociale. Ma il rischio è che si crei una bolla culturale, in cui le élite parlano solo a sé stesse, mentre il resto della popolazione vive una realtà culturale sempre più distante.

Insomma, il divario non è solo tra ricchi e poveri, ma tra chi possiede gli strumenti per interpretare il mondo e chi è lasciato ai margini della conoscenza.

Dalla Classe Media alla Neo-Aristocrazia Digitale

Il declino della classe media e l’ascensione del “precariato”

La gig economy ha eroso le certezze della classe media tradizionale. Un tempo, il lavoro salariato garantiva stabilità economica e mobilità sociale. Oggi, il lavoro a chiamata, le collaborazioni senza tutele e il lavoro autonomo sotto ricatto (Uber, Deliveroo, freelance sottopagati) hanno creato un precariato permanente, ossia una massa di lavoratori senza stabilità, senza welfare e con una mobilità sociale bloccata.

La conseguenza è che la classe media si sta spezzando: da una parte chi è riuscito a mantenere lavori “tradizionali” con contratti stabili e benefici, dall’altra una nuova sottoclasse che ha lavori incerti e un futuro economico instabile. Questo “precariato” somiglia molto al proletariato ottocentesco, ma con una differenza: invece di essere sfruttato in fabbrica, è atomizzato, isolato e costretto a competere con altri precari.

Il capitalismo finanziario e la separazione tra chi lavora e chi possiede

Se nell’800 il conflitto principale era tra borghesia e proletariato, oggi il vero divario è tra chi lavora e chi possiede capitali. Il capitalismo finanziario ha reso il capitale scollegato dal lavoro: chi possiede azioni, immobili, criptovalute o asset digitali guadagna senza produrre nulla, mentre chi lavora spesso non riesce nemmeno ad accumulare risparmi.

  • Il rentier (chi vive di rendita) è tornato in auge: una minoranza che possiede case, aziende, asset finanziari e lascia che il denaro lavori per loro.
  • Gli stipendi reali (corretti per l’inflazione) stagnano o calano, mentre i guadagni da capitale crescono esponenzialmente. Questo significa che chi non ha ereditato nulla o non ha potuto investire si trova sempre più escluso dalla possibilità di accumulare ricchezza.

La classe dirigente non è più solo quella industriale, ma è composta da una super élite finanziaria e tecnologica che decide i destini dell’economia globale senza alcuna responsabilità democratica.

L’élite tecnologica: una nuova aristocrazia

Le élite tecnologiche (Silicon Valley, startup miliardarie, fondi venture capital) hanno cambiato la dinamica del potere. Se prima l’élite era composta da politici, banchieri e grandi industriali, oggi le decisioni cruciali vengono prese da un pugno di CEO di Big Tech che:

  • Possiedono e gestiscono le infrastrutture digitali (Google, Amazon, Apple, Microsoft, Meta);
  • Controllano la comunicazione globale (social media, piattaforme di informazione);
  • Stanno sperimentando un capitalismo privato, scollegato dagli Stati (criptovalute, AI, space economy).

Questa nuova aristocrazia ha caratteristiche simili a quella feudale:

  • Vive in spazi separati (Silicon Valley, città esclusive, residenze ultra-private);
  • Si muove su circuiti esclusivi (Davos, TED, circoli finanziari);
  • Ha una visione del mondo tecno-elitista: crede di poter risolvere i problemi del mondo con soluzioni tecnologiche, senza bisogno di democrazia o redistribuzione della ricchezza.

Il ritorno delle caste?

Alla fine, il sistema attuale sta ricreando una struttura quasi neofeudale:

  • Una super élite tecnologico-finanziaria che vive in un mondo separato con immense ricchezze.
  • Un ceto medio sempre più fragile, che lotta per non scivolare nel precariato.
  • Un precariato diffuso, senza diritti, senza sicurezza e senza prospettive di ascesa sociale.
  • Un nuovo sottoproletariato globale, costituito da lavoratori delle supply chain mondiali, migranti sfruttati e lavoratori informali.

Il mito della “meritocrazia” ha smesso di funzionare: l’ascensore sociale è rotto, e oggi il principale indicatore del successo economico è dove sei nato e cosa hai ereditato, non quanto lavori o quanto sei capace.

Insomma, ci siamo liberati delle monarchie, ma rischiamo di finire sotto il dominio di una nuova aristocrazia digitale-finanziaria. Se questa tendenza non cambia, potremmo essere diretti verso una società con classi ancora più rigide di quelle del passato.

Il Paradosso dell’Automazione Cognitiva: Opportunità e Rischi per la Mente Umana

L’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa sta ridisegnando il modo in cui affrontiamo il lavoro intellettuale. La ricerca condotta dalla Carnegie Mellon e da Microsoft mette in luce un aspetto critico di questa evoluzione: la graduale atrofizzazione del pensiero critico nei cosiddetti “lavoratori della conoscenza” (Zhang et al., 2023). Il fenomeno del “cognitive offload”, ovvero la delega progressiva delle funzioni cognitive a strumenti esterni, rischia di modificare radicalmente il ruolo della mente umana, trasformandola da protagonista attiva del pensiero a semplice supervisore di output generati da macchine (Cabitza, 2023).

L’Illusione della Facilità e il Pericolo della Dipendenza

Dal punto di vista psicologico, la delega del ragionamento a un’entità esterna non è un fenomeno nuovo. Ogni innovazione tecnologica porta con sé una ridefinizione delle competenze umane. Tuttavia, la questione centrale non riguarda solo la perdita di capacità cognitive, ma il cambiamento del nostro rapporto con la conoscenza. Se ci affidiamo indiscriminatamente all’AI come “autorità epistemica”, corriamo il rischio di non sviluppare più un pensiero autonomo e critico, riducendoci a validatori passivi di contenuti generati (Cabitza, 2023).

Questo meccanismo ha implicazioni profonde sulle nostre strutture cognitive. Il pensiero critico si sviluppa attraverso la pratica e la continua esposizione a problemi da risolvere. Se l’AI si assume il compito di generare risposte, mentre il nostro ruolo si riduce a confermare o rifiutare tali risposte, stiamo erodendo la nostra “muscolatura cognitiva”. Senza l’esercizio quotidiano del giudizio e della creatività, rischiamo di trovarci impreparati quando il sistema, inevitabilmente, fallisce o non offre risposte adeguate.

Dalla Paura alla Consapevolezza: L’Intelligenza Ibrida

Nonostante il rischio di regressione cognitiva, la storia ci insegna che l’uomo ha sempre trovato un modo per adattarsi alle nuove tecnologie, come dimostrano le critiche antiche alla scrittura riportate da Platone nel Fedro (Platone, 370 a.C.). Il vero punto non è demonizzare l’AI, ma sviluppare una relazione consapevole con essa. In questo senso, l’approccio suggerito dal professor Federico Cabitza – un’interazione consapevole con la macchina – diventa cruciale (Cabitza, 2023).

La soluzione non sta nel rifiutare l’innovazione, bensì nel promuovere un modello di “intelligenza ibrida” in cui l’AI resta un supporto e non un sostituto del pensiero umano. Questo richiede un’educazione mirata alla gestione dell’automazione, un rafforzamento delle competenze metacognitive e un uso strategico degli strumenti digitali per amplificare il nostro potenziale, anziché soffocarlo.

Conclusione: Coltivare l’Umanità nell’Era dell’AI

L’AI generativa rappresenta una delle innovazioni più potenti della nostra epoca, ma la sua adozione indiscriminata potrebbe portarci a una passività intellettuale pericolosa. La sfida che abbiamo di fronte non è solo tecnologica, ma profondamente psicologica ed educativa: come possiamo integrare questi strumenti senza perdere la nostra capacità di pensare? La risposta sta nell’equilibrio tra automazione e coscienza critica, in una relazione tra uomo e macchina basata sulla complementarità, non sulla sostituzione. L’intelligenza artificiale non deve diventare il nostro pensiero, ma il catalizzatore di una mente umana più agile, profonda e capace.

Riferimenti

  • Zhang, X., Brown, J., & Li, Y. (2023). Cognitive Offload and AI Dependence: A Study on Knowledge Workers. Carnegie Mellon University Press.
  • Platone. (370 a.C.). Fedro.
  • Cabitza, F. (2023). Human-Machine Interaction and Epistemic Authority: Risks and Challenges. Bicocca University Press.

Rinnovamento generale

Riflessioni sul Mio Periodo di Offline

Per un consistente periodo di tempo sono rimasto offline da cardux.it, in tutte le sue forme.

Ritorno a WordPress

A quanto pare, a casa WP stanno facendo un ottimo lavoro (come sempre), quindi temo di dovermi rimettere in carreggiata – come con tutti gli altri impegni… – ritornando ad aggiornare questo spazio online che da ormai cinque anni e mezzo curo (o cerco di curare).

Nuovo template, nuovi strumenti, nuovo anno, nuova casa, nuovo tutto. Stesso sito. Sempre #policyoftruth.

Tante idee…

ps. auguri Fermina!

Captain America – The Winter Soldier

Ambientatosi nei nostri giorni Steve Rogers continua a servire gli Stati Uniti attraverso lo S.H.I.E.L.D., nonostante non sia contento della poca trasparenza e delle scarse informazioni che riceve su quel che fa. Quando anche Nick Fury comincia a scoprire che ci sono dati ed elementi che sono preclusi anche a lui è evidente che tutta la struttura serve un doppio fine. Se non bastassero le intuizioni arrivano diversi attacchi (a Fury in primis) a scoprire le carte e mostrare chi sia la talpa dentro l’organizzazione. Fuggito assieme a Vedova Nera e un reduce che forse può dare una mano, Capitan America comincia a scoprire che forse Hydra non è morto del tutto con la seconda guerra mondiale.

Il profilo che la Marvel sta delineando per se stessa al cinema, anche in opposizione ai film della casa di fumetti rivale DC, è quello più legato all’entertainment in senso stretto. Poco problematici e molto divertenti, i suoi fumetti trasportati al cinema sono un concentrato delle migliori regole dell’intrattenimento filmico, con una complessità sempre crescente data dalla gestione di un universo di storie e personaggi intrecciati in maniera ben più stretta di quanto non facciano i fumetti stessi.

È cinema che flirta con la serialità televisiva, cercando di mescolare le acque e le competenze. Non a caso, dopo una prima fase in cui erano affidati a canonici registi di cinema, i film Marvel sempre di più cadono nelle mani di mestieranti o autori provenienti dalla tv (da Whedon per Avengers ai fratelli Russo per questo film) e sempre di più pare che, proprio come per la serialità televisiva, la parte di scrittura e la maniera in cui i diversi episodi/film creano un tutto armonico e coerente, sia la componente della filiera creativa in cui si trova l’autorialità di questi prodotti.

Capitan America, che per il suo primo film aveva beneficiato del trattamento del veterano Joe Johnston, il quale complice l’ambientazione l’aveva contaminato con echi dell’Indiana Jones di Spielberg riuscendo ad organizzare un gran racconto, ora invece prosegue con una patina più anonima, che mette in risalto l’arrivo di nuovi comprimari (Falcon in primis) più che la storia in sè.

Il risultato serve molto bene la grande trama che lentamente porterà questo secondo ciclo Marvel al prossimo Avengers, a cui spetterà nuovamente il compito di chiudere tutte le sottotrame aperte nei diversi film ma non rende un buon servizio a Capitan America. È infatti una storiella molto sterile di tradimento e idealismo quella che anima il secondo assolo filmico di Steve Rogers, una più utile a rinsaldare il legame tra il protagonista, Nick Fury e Vedova Nera e ad evolvere il ruolo dello S.H.I.E.L.D. che altro.

Con il consueto dispiegamento di riferimenti alle saghe fumettistiche, mezzi, esplosioni, botte e botti da serie A del cinema, Captain America – The winter soldier serve bene il sopracitato intento primario dei film Marvel ma di certo non riesce a trovare quella felice leggerezza che hanno gli esempi migliori provenienti dallo studio. Sarà quindi difficile che questo secondo episodio dell’eroe patriottico venga ricordato per qualcosa se non per l’essere stato un film di passaggio.

Capitan America – Il primo vendicatore (2011)

Il giovane Steve Rogers farebbe di tutto per arruolarsi: scioccato da ciò che i nazisti stanno facendo in Europa, non sopporta di starsene con le mani in mano. La sua costituzione fragile, l’asma, l’altezza tutt’altro che idonea, però, fanno sì che venga rispedito al mittente ad ogni tentativo. Finché un giorno, un uomo di stato, il dottor Abraham Erskine, s’interessa a lui e gli propone di sottoporsi alla sperimentazione di un siero che ne farà il primo super soldato dell’esercito a stelle e strisce. Rogers, dunque, subisce una straordinaria trasformazione, ma sarà solo dopo un passaggio per le fila dello show-business (e cioè solo dopo aver indossato una calzamaglia) a divenire davvero Captain America.

Il protagonista aveva un appuntamento -lo ricorda spesso il testo del film-, ma è in ritardo. Tanti altri supereroi, tutti più giovani anagraficamente, hanno occupato preventivamente i nostri spazi di capienza e non è peccato ammettere che si fa leggermente fatica a fare posto anche a lui. Occorre però aggiungere, immediatamente, che quel posto Captain America se lo guadagna, con un’entrata in scena scoppiettante. Sulla lunga distanza (124 minuti) ha poi un declino, d’altronde non vola e probabilmente in termini di sceneggiatura gli è stato chiesto troppo, ma la prima parte del suo “biopic” ha un carattere cinematografico notevole. Mentre scorrono sullo schermo le immagini degli anni ’40, con i ragazzi in uniforme al luna park, scorrono parallele nella mente quelle dei film americani che hanno raccontato quegli anni ben prima di Johnston, la propaganda cartacea e radiofonica, i cinegiornali: l’approdo al fumetto è sottile e obbligato.

L’icona dello zio Sam, con quel dito puntato che diviene poi il dito di Stanley Tucci e trasforma uno scarto in un leader, come in un Giudizio Universale pop art collega con grande efficacia ed immediatezza visiva lo spirito degli Stati Uniti con il piccolo eroe di un film, chiudendo un cerchio immaginario ma assai reale.

Captain America non ha superpoteri (ha una super arma, lo scudo) ma non è certo un personaggio che va per il sottile: Super buono -perché il siero esaspera il carattere di partenza e Steve Rogers è un bravo ragazzo- è nato per combattere il Male estremo, e cioè la follia nazista, con la stessa logica ma ribaltata di segno (la perfezione fisica scientificamente acquisita, l’ideale superomistico). La bellezza del film di Joe Johnston è quella, in questo contesto tutto di maiuscole, di non perdere mai di vista il ragazzino del prologo: sotto i muscoli di Chris Evans, già torcia umana, il film ritrova sempre l’ingenuità, il senso di smarrimento e il coraggio testardo del personaggio delle origini, persino potenziate. Il resto è noia. Fatta eccezione, in alcune scene, per il duo di cattivoni da cartoon formato da Hugo Weaving e Toby Jones, e soprattutto per Tommy Lee Jones, folgorante scettico, vero macho del film.

Per qualche dollaro in più (1965)

Il Monco e il Colonnello Mortimer sono due cacciatori di taglie in attività. I loro percorsi si intersecano quando si trovano entrambi sulle tracce dell’Indio, un feroce assassino a capo di una banda di malfattori. Si vedono così quasi costretti dalla sorte ad unire le forze cercando di individuare il punto debole dell’avversario.

“Dove la vita non aveva valore la morte talvolta aveva il suo prezzo. Ecco perché nacquero i bounty killers”. La frase che dà il via all’azione del film potrebbe essere parafrasata come segue:”Quando il valore del suo autore venne finalmente riconosciuto Sergio Leone e i suoi collaboratori non ebbero più bisogno di pseudonimi”. I titoli di testa dichiarano finalmente le origini di quello che ormai è il “western all’italiana”. Con il grande senso dell’ironia che gli era proprio Leone non solo fa sforacchiare graficamente il proprio nome dalle pallottole ma apre e chiude il film con due campi lunghissimi. Non sono le inquadrature più frequenti nel cinema del regista che ha fatto del primissimo piano e del dettaglio una propria cifra stilistica sfidando il padre del western John Ford che affermava di non voler vedere “peli del naso su uno schermo di quindici metri”. Perché ormai il cinema di Sergio Leone inizia a configurarsi per le storie narrate ma anche (e forse soprattutto) per lo stile del tutto originale con cui vengono riprese. Dal punto di vista della narrazione già in questo secondo film si avvertono delle modifiche sostanziali. Se al personaggio interpretato da Clint Eastwood si nega pressoché totalmente un passato ai comprimari viene progressivamente concesso qualche disvelamento esistenziale. Si rafforza invece il legame tra la colonna sonora e l’azione, sottolineato con grande raffinatezza dalla funzione del carillon, mentre il potere delle immagini e della luce che determina gli stati d’animo si fanno sempre più consistenti.

Quello di Sergio Leone (al di là e al di sopra delle connotazioni ambientali e della scelta delle diverse tipologie fisiche) non si manifesta come un cinema che racconta la realtà. Si può dire anzi che sia un maestro anche nel fare dell’inverosimiglianza il proprio punto di forza. Ne è così consapevole da poter rimettere in discussione il punto di vista sulla differenza tra chi ha in mano un fucile e chi invece ha una pistola. Perché ciò che gli interessa maggiormente è il manipolare e il reinventare con grande abilità i luoghi canonici di un genere non per ridurli a un qualche simulacro di realismo ma per elevarli a mito.