Cardux’s Car Toolbox (v1, diciamo)

Tutto è nato da un’esigenza concreta: stavo cercando la mia prossima auto. Come molti, sono partito da Autoscout24. Il portale è ottimo e pieno di filtri, ma mi sono scontrato presto con un limite. I risultati vengono presentati come una lista sequenziale, ottima per scorrere i singoli annunci, ma decisamente poco efficace se l’obiettivo è fare un’analisi di mercato più approfondita.

Il mio interesse era rivolto in particolare alla Mazda MX-5, un’auto iconica che attraversa quattro generazioni: la NA (1989-1997), la NB (1998-2005), la NC (2005-2015) e la ND (dal 2015 a oggi). Ogni modello ha prezzi che variano non solo in base alla generazione, ma anche all’anno specifico di produzione. Volevo capire, dati alla mano, quale fosse il modello statisticamente più vantaggioso e come si muovessero i prezzi medi sul mercato. In poche parole, volevo trasformare quella lista infinita di annunci in dati aggregati e facili da leggere.

Mazda MX-5 Homura, sketch by Cardux

Così è nata l’idea di Car Toolbox. L’obiettivo era organizzare le informazioni di Autoscout su due grafici principali. Il primo dedicato al prezzo medio per anno, includendo anche il prezzo minimo scovato online. Il secondo, un grafico scatter (a dispersione), dove ogni punto rappresenta una singola vettura: sull’asse X l’anno di produzione e sulla Y il prezzo. Questa ‘nuvola’ di punti permette di visualizzare immediatamente l’andamento del mercato e di individuare eventuali affari o anomalie, con la possibilità di risalire al dettaglio della singola auto per valutarla puntualmente.

Dal punto di vista tecnico, il cuore del progetto è uno script in Python. Si tratta di uno scraper che va a pescare i dati su Autoscout senza filtri preventivi, proprio perché il mio scopo era avere una massa critica di dati da aggregare. Il motore Python genera un file JSON grezzo che viene poi inviato al front-end, il quale ha il compito di trasformare quei dati ‘sporchi’ in grafici eleganti e tabelle facili da consultare. Sono partito dalla Mazda, ma ho esteso il sistema ad altri modelli.

La vera sfida è stata la messa online. Trattandosi di un progetto hobbistico nato per pura curiosità personale, non volevo investire budget in server o infrastrutture costose. Dopo aver scartato alcune opzioni a pagamento (Render), ho deciso di dividere il progetto: ho ospitato il front-end su Vercel e il back-end su Railway, tutto gestito tramite GitHub. Grazie al deploy automatico, ogni modifica al codice viene pubblicata istantaneamente su entrambi i servizi. Far comunicare questi due mondi tramite API non è stato immediato, ma dopo diversi tentativi andati a vuoto, il sistema ha iniziato a girare correttamente.

Oggi Car Toolbox funziona perfettamente. Riesce a elaborare tra i 20 e i 200 annunci per volta, una scelta ponderata per rispettare i limiti della piattaforma ed evitare blocchi. In pochi secondi, il tool restituisce una panoramica completa con chilometraggio, anno e costo. Sviluppare questo progetto nel tempo libero, tra una serata e un weekend, è stata una sfida stimolante. Inutile citare l’euforia di un venerdì notte, verso l’una, quando finalmente tutto ha funzionato come doveva: un piccolo traguardo tecnico che mi ha regalato una soddisfazione enorme.

+19

  1. Dawn or midnight?
  2. Ocean or mountain?
  3. Silence or noise?
  4. Order or chaos?
  5. Heat or cold?
  6. Building or dismantling?
  7. Depth or speed?
  8. Solitude or intensity?
  9. Sharp edges or smooth curves?
  10. Truth or harmony?
  11. Holding or releasing?
  12. Pressure or freedom?

La Sindrome dell’Impostore

Avere successo e, al tempo stesso, sentirsi un bluff. Quante volte, dopo un traguardo importante, una vocina interiore sussurra: “Non me lo merito, sono solo fortunato” oppure “Prima o poi scopriranno che non sono all’altezza”? Se queste sensazioni suonano familiari, potresti aver sperimentato quella che in psicologia viene chiamata sindrome dell’impostore. Si tratta di un fenomeno sorprendentemente comune – alcune stime suggeriscono che fino al 70-80% delle persone proverebbero questi sentimenti almeno una volta nella vita – e può colpire chiunque, dagli studenti ai professionisti affermati. In questo articolo esamineremo in profondità cos’è la sindrome dell’impostore dal punto di vista psicologico, quali sono le sue cause e manifestazioni, il suo impatto sul benessere (specie per le donne in ambito lavorativo), le differenze di genere, i dati disponibili e i diversi “profili” psicologici in cui si può declinare. Vedremo inoltre esempi concreti e strategie efficaci per affrontarla, senza dimenticare alcune considerazioni pratiche per manager e aziende. L’obiettivo è fare chiarezza su questo fenomeno, per capire come riconoscerlo e superarlo, sia a livello individuale sia organizzativo.

Che cos’è la sindrome dell’impostore?

La sindrome dell’impostore (in inglese impostor syndrome o impostor phenomenon) è una condizione psicologica in cui persone anche molto competenti e di successo sono convinte, intimamente, di essere incompetenti o fraudolente. Chi ne soffre dubbia costantemente delle proprie capacità e attribuisce i risultati ottenuti a fattori esterni, come la fortuna, il caso o l’aiuto altrui, piuttosto che al proprio merito. Questo genera la paura persistente di essere “smascherati” come impostori, nonostante le evidenze di competenza dicano il contrario. È importante notare che non si tratta di un vero e proprio disturbo clinico: la sindrome dell’impostore non compare nei manuali diagnostici come il DSM-5 e non è considerata una patologia mentale, bensì un’esperienza psicologica diffusa. In un certo senso, è l’opposto del ben noto Effetto Dunning-Kruger (magari materiale per un altro articolo, in futuro…): mentre quest’ultimo porta persone con scarse competenze a sovrastimarsi, la sindrome dell’impostore fa sì che persone molto capaci si sottostimino sistematicamente.

Dal punto di vista storico, il termine “Impostor Phenomenon” fu coniato nel 1978 dalle psicologhe americane Pauline Clance e Suzanne Imes. Studiando un gruppo di donne brillanti e di successo, Clance e Imes notarono che molte di loro non riuscivano a interiorizzare i propri successi, attribuendoli a errori o fortuna, e vivevano con il timore di essere scoperte come “impostrici”. In altre parole, sentivano di non meritare le posizioni raggiunte nonostante curriculum e riconoscimenti oggettivi. Da allora la ricerca si è ampliata, rivelando che questo stato mentale non riguarda solo le donne né esclusivamente le persone al vertice: chiunque può sentirsi un impostore, dagli studenti universitari ai neoassunti, fino ai professionisti navigati. Non è nemmeno permanente o “fisso”: le sensazioni di impostore possono essere episodiche, emergere in certi contesti e momenti (per esempio di fronte a una nuova sfida lavorativa) e attenuarsi in altri. Di base, tuttavia, il nucleo resta lo stesso: una discrepanza interna tra l’evidenza del proprio valore e la percezione di non averlo davvero meritato.

Cause psicologiche e origini del fenomeno

Le cause della sindrome dell’impostore sono multifattoriali, raramente riconducibili a un singolo elemento. Gli psicologi ritengono che alla base vi sia un intreccio di esperienze personali e fattori sociali che alimentano, nel tempo, questo senso di frode. Spesso le radici affondano nelle dinamiche familiari e nell’educazione ricevuta durante l’infanzia e l’adolescenza. Ad esempio, avere genitori molto critici o iperprotettivi, vivere una forte competizione tra fratelli, oppure crescere in ambienti dove l’amore dipende dai risultati, può minare la sicurezza in se stessi. In famiglie con aspettative altissime (o al contrario troppo basse) il bambino può sviluppare la convinzione di non essere mai “abbastanza”, o di dover sempre dimostrare qualcosa per valere. Più tardi, queste persone da adulte tenderanno a sminuire ogni risultato personale: ogni successo viene visto come un caso fortuito o un equivoco, anziché prova delle proprie capacità. Questo processo erode gradualmente il senso di autoefficacia, ossia la fiducia nelle proprie competenze nel raggiungere gli obiettivi.

Anche certi tratti di personalità possono predisporre al fenomeno dell’impostore. Ad esempio, il perfezionismo estremo e un’elevata autoesigenza sono spesso correlati a questi sentimenti. Chi sente di “non dover sbagliare mai” può interpretare ogni minima imperfezione come la prova della propria inadeguatezza, alimentando un circolo vizioso di insicurezza. Altre caratteristiche personali associate includono la bassa autostima e l’insicurezza cronica, così come una forte tendenza al confronto sociale: mettere continuamente in paragone i propri risultati con quelli altrui, uscendo immancabilmente sminuiti ai propri occhi. Non sorprende, quindi, che la sindrome dell’impostore sia stata descritta come “un mediatore tra perfezionismo e ansia, nonché tra perfezionismo e depressione” in ambito clinico.

Infine, anche l’ambiente esterno gioca un ruolo chiave. Contesti lavorativi altamente competitivi o poco supportivi possono favorire l’insorgere di queste sensazioni. Se nel luogo di lavoro manca un feedback costruttivo, regna l’incertezza su cosa sia davvero un “buon lavoro” e si enfatizza solo la performance perfetta, il dubbio attecchisce più facilmente. All’opposto, ambienti in cui si dà valore alla collaborazione, si normalizzano gli errori come occasioni di apprendimento e si riconoscono i meriti di ciascuno, tendono a mitigare il fenomeno. Come vedremo, questo ha importanti implicazioni per manager e aziende.

Sintomi e manifestazioni tipiche

Pur non essendo un disturbo psichiatrico, la sindrome dell’impostore si manifesta con un insieme ricorrente di pensieri ed emozioni che possono influenzare profondamente il benessere psicologico di una persona. Più che sintomi clinici, si tratta di schemi di pensiero negativi e comportamenti compensatori che alimentano il senso di inadeguatezza. Ecco alcune delle frasi interiori più tipiche di chi vive questa condizione:

  • “Non sono all’altezza.” Il pensiero persistente di non essere adeguato al ruolo o alle responsabilità che si ricoprono. Anche di fronte a lodi o successi, l’impostore sente di aver deluso le aspettative o di avere standard insostenibili da mantenere. Ogni complimento viene minimizzato o respinto, e cresce il timore che prima o poi qualcuno si accorga della sua presunta incompetenza.
  • “Sto ingannando gli altri.” Chi prova queste sensazioni vive con la paura costante di essere smascherato da un momento all’altro. Presentarsi a una riunione, sostenere un esame o anche solo esprimere un’opinione in pubblico può generare forte ansia, perché si teme di esporre la propria “frode”. Per evitare questa eventualità, spesso ci si chiude in silenzio, si evita di fare domande o di chiedere aiuto (per non rivelare lacune) e ci si isola dai colleghi.
  • “Non devo sbagliare.” Nel tentativo di compensare la propria presunta inadeguatezza, l’impostore adotta standard ipercritici verso se stesso. Ogni errore, anche minimo, diventa una catastrofe da evitare assolutamente. Questo porta a una tensione costante, un’ansia da prestazione che può sfociare in stress cronico e, nei casi peggiori, nel burnout lavorativo. Paradossalmente, nel tentativo di non sbagliare mai, ci si sovraccarica di lavoro e responsabilità per dimostrare continuamente il proprio valore, in un ciclo estenuante.
  • “I miei colleghi sono più bravi di me.” Un altro elemento centrale è la svalutazione dei propri successi accompagnata dall’idealizzazione degli altri. Chi si sente un impostore è convinto che i colleghi siano tutti più competenti, intelligenti e meritevoli. Si ripete frasi del tipo: “Chiunque al mio posto avrebbe fatto lo stesso, forse anche meglio” oppure “Non valgo quanto gli altri pensano, ho solo avuto fortuna”. Questo confronto impari rafforza il senso di inferiorità e spinge magari a rifiutare opportunità (promozioni, progetti impegnativi) per paura di non essere all’altezza.

Chi vive la sindrome dell’impostore oscilla dunque tra il timore del fallimento e la convinzione di dover mantenere una maschera di infallibilità. C’è spesso la sensazione di camminare su un filo sottile: ogni riconoscimento offre solo un sollievo temporaneo dall’ansia, subito rimpiazzata dalla paura della “prossima prova” in cui si potrebbe deludere tutti. Questo può portare ad atteggiamenti ambivalenti: da un lato c’è chi tende a procrastinare compiti importanti per l’ansia da prestazione (rimandando finché possibile il momento del giudizio), dall’altro c’è chi reagisce diventando un workaholic, lavorando fino allo sfinimento per non dare adito a critiche. In entrambi i casi, la persona fatica a gioire dei propri traguardi, vissuti più con sollievo che con soddisfazione, e resta imprigionata in un ciclo di insicurezza.

Va sottolineato che non esiste un test diagnostico specifico per la sindrome dell’impostore, ma psicologi come Pauline Clance hanno sviluppato strumenti come la Clance Impostor Phenomenon Scale per misurarne l’intensità. Studi recenti confermano una forte correlazione negativa tra sentimento d’impostore e autostima: più una persona si sente “fraudolenta”, più tende ad avere bassa considerazione di sé. Non sorprende quindi che la sindrome dell’impostore spesso coesista con altri problemi come ansia, depressione o disturbi da stress.

Conseguenze sul benessere e sulla carriera

Vivere costantemente con la paura di essere un bluff può avere un impatto significativo sul benessere personale e professionale. In ambito psicologico, le conseguenze più comuni includono: ansia cronica, dovuta alla pressione auto-imposta di dover mantenere standard perfetti; stress prolungato; e nei casi estremi depressione, specie se il senso di inadeguatezza perdura a lungo senza essere affrontato. Il già citato stress da iper-lavoro può inoltre condurre al burnout, un esaurimento fisico e mentale caratterizzato da cinismo, calo di motivazione e rendimento lavorativo ridotto. Non a caso, la ricerca ha evidenziato legami tra alti livelli di impostorismo e sintomi depressivi, ansiosi e di esaurimento professionale.

Sul versante lavorativo e della carriera, la sindrome dell’impostore può tradursi in una limitazione dell’avanzamento professionale. Chi si sente inadeguato spesso evita di mettersi in luce o di cogliere opportunità: potrebbe non candidarsi per una promozione, rifiutare incarichi di responsabilità o esitare a negoziare aumenti, temendo di non meritare quei ruoli. Questo auto-sabotaggio frena la crescita professionale e può portare a carriere al di sotto del proprio potenziale. Paradossalmente, anche quando queste persone occupano posizioni elevate, continuano a percepire un divario tra la facciata di successo e la realtà interiore, con un conseguente calo di soddisfazione lavorativa. Studi hanno rilevato che l’impostorismo è associato a minore soddisfazione sul lavoro e minore motivazione, anche se non è sempre facile stabilire un nesso causale diretto (potrebbe essere che la bassa soddisfazione alimenti a sua volta i pensieri di inadeguatezza).

Un ulteriore effetto è sulla capacità di leadership e collaborazione. Manager o team leader che si percepiscono come impostori possono evitare di prendere decisioni difficili, delegare poco (per paura di chiedere aiuto e svelare così presunte incompetenza) oppure, all’opposto, diventare micromanager per il timore che errori dei collaboratori ricadano su di loro. A livello interpersonale, chi è bloccato dalla sindrome dell’impostore tende talvolta ad essere meno assertivo nelle riunioni e a comunicare meno le proprie idee, privando l’organizzazione di possibili contributi originali. D’altro canto, alcune ricerche recenti offrono uno spiraglio positivo: è emerso che individui con moderati “pensieri da impostore” possono sviluppare maggior empatia e comportamenti etici sul lavoro, forse perché si sforzano di più di mettersi nei panni altrui e “fare la cosa giusta”. In pratica, sentendosi insicuri, compensano trattando meglio gli altri e mantenendo alti standard etici. Ciò non toglie, comunque, che l’esperienza soggettiva per chi vive il fenomeno sia faticosa e potenzialmente dannosa se protratta.

Riassumendo, la sindrome dell’impostore può minare sia la salute mentale (accrescere ansia, stress e rischio di depressione) sia la realizzazione professionale (limitando crescita e performance). Riconoscerne le dinamiche è fondamentale per evitare che queste conseguenze si cronicizzino.

Donne, lavoro e differenze di genere

Fin dalla sua definizione originaria, la sindrome dell’impostore è stata associata in modo particolare alle donne, tanto che in italiano si parla a volte di “sindrome dell’impostora”. Non è un caso: Clance e Imes osservarono inizialmente il fenomeno in donne brillanti, evidenziando come stereotipi sociali e modelli educativi potessero far sentire le donne “fuori posto” nei ruoli di successo tradizionalmente maschili. Ancora oggi, gli stereotipi di genere e le pressioni culturali giocano un ruolo significativo. In molti settori professionali, specialmente quelli STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) o ad alta presenza maschile come l’automotive, le donne si ritrovano spesso in minoranza e avvertono di dover dimostrare costantemente il proprio valore per essere prese sul serio. Questo contesto può amplificare l’insicurezza: se ogni errore sembra confermare il pregiudizio altrui (“vedi, le donne non sono portate per X”), è più facile interiorizzare l’idea di essere impostori. Il Global Gender Gap Report 2023 del World Economic Forum segnala che, nonostante i progressi, permangono divari di genere nelle opportunità e retribuzioni nel mondo del lavoro. Tali disparità strutturali contribuiscono a mantenere vivo il fenomeno: una donna che raggiunge una posizione apicale in un contesto ancora sbilanciato potrebbe sentirsi come se avesse “rubato il posto” a qualcuno più legittimato, oppure di essere valutata con maggiore severità proprio in quanto donna.

Detto questo, è importante chiarire che la sindrome dell’impostore non risparmia gli uomini. Studi più recenti suggeriscono che uomini e donne sperimentano impostor thoughts in percentuali simili. La differenza, semmai, sta nel vissuto e nelle conseguenze: le donne, specie se appartenenti anche ad altre minoranze (etniche, di età, ecc.), possono subire un doppio carico di insicurezze dovuto sia a fattori individuali sia a messaggi sociali di esclusione. Un’indagine del 2022, ad esempio, ha rilevato che professionisti appartenenti a gruppi sottorappresentati (donne di colore, minoranze etniche) riportavano spesso microaggressioni e favoritismi sul lavoro, il che alimentava sentimenti di non appartenenza e impostorismo. Al contrario, gli uomini potrebbero trovare culturalmente meno accettabile ammettere queste fragilità, e dunque ne parlano meno, pur provandole. Inoltre, alcune ricerche longitudinali mostrano che il livello di impostorismo può fluttuare nel corso della carriera: ad esempio, giovani professionisti (uomini o donne) all’inizio sono spesso insicuri, poi acquistano fiducia col tempo; mentre chi approda a ruoli dirigenziali molto elevati può di nuovo sentirsi inadeguato di fronte a nuove responsabilità indipendentemente dal genere.

Un dibattito interessante sul tema è se la narrazione dominante sulla “sindrome dell’impostore femminile” non rischi di patologizzare le donne anziché mettere in discussione il sistema. Un articolo pubblicato su Harvard Business Review nel 2021 sostiene che dare per scontato che il problema sia nelle donne (che “si sentono impostrici”) significhi ignorare i fattori storici e culturali che creano ambienti di lavoro ostili o esclusivi. Le autrici Tulshyan e Burey suggeriscono di “smetterla di dire alle donne che hanno la sindrome dell’impostore” e piuttosto di correggere i bias e le tossicità ambientali che le fanno dubitare di sé. In quest’ottica, il focus si sposta dall’individuo al sistema: non sono le donne a dover essere “aggiustate” o rese più sicure, ma vanno resi inclusivi i luoghi di lavoro. Ciò non toglie che, sul piano individuale, riconoscere e gestire il fenomeno sia utile; significa però che manager e organizzazioni hanno la responsabilità di creare contesti in cui tutti, indipendentemente dal genere, si sentano valorizzati e legittimati, riducendo alla radice le cause dell’impostorismo.

Profili psicologici dell’impostore

Non tutte le “impostore” (o “impostori”) sono uguali: il modo in cui questo fenomeno si manifesta può variare da persona a persona. La dottoressa Valerie Young, esperta del tema, ha identificato cinque profili tipici in cui si declina la sindrome dell’impostore:

  • Il perfezionista: chi rientra in questo profilo si concentra ossessivamente su come svolgere un compito. Ogni minima imperfezione è vissuta come un fallimento totale. L’asticella interna è così alta che il successo, anche quando raggiunto, non è mai pienamente soddisfacente perché “si poteva fare meglio”.
  • L’esperto: è colui che sente di dover conoscere ogni singolo dettaglio prima di iniziare un progetto. Vive nel costante timore di essere smascherato come incompetente o “ignorante” in materia, e spesso esita a dichiararsi pronto finché non ha accumulato tutta la conoscenza possibile.
  • Il solista: questa tipologia di impostore crede di dover fare tutto da solo. Chiedere aiuto è percepito come un’ammissione di debolezza o fallimento. Ne consegue che delega poco e rischia di sovraccaricarsi, pur di non dipendere da nessuno – il che alimenta ulteriormente l’idea che, se ha bisogno degli altri, allora non è abbastanza bravo.
  • Il genio naturale: per queste persone, la misura della competenza è data dalla facilità e velocità con cui apprendono o svolgono qualcosa. Se incontrano difficoltà, devono impegnarsi molto o commettono errori lungo la strada, concludono di essere impostori (perché pensano che i “veri” talenti non debbano sforzarsi così tanto).
  • La super-donna / Il super-uomo: sono individui che si sentono costantemente inadeguati rispetto ai colleghi, e per compensare questa insicurezza si spingono a lavorare più duramente e più a lungo di tutti. Il loro motto implicito è “devo fare di più per dimostrare di valere”, anche a costo di sacrificare il benessere personale. Spesso finiscono vicini al burnout, perché non delegano e non si concedono pause.

Questi profili non sono diagnostici ma esemplificativi: una persona reale può riconoscersi in più di uno. Tuttavia, servono a illustrare come diverse sfaccettature della personalità possono alimentare il fenomeno dell’impostore. Ad esempio, il perfezionista e il super-uomo/super-donna condividono la tendenza a sovraccaricarsi, mentre l’esperto e il solista sono frenati dal timore di dipendere dagli altri o di non sapere abbastanza. Riconoscere in quale profilo (o combinazione di profili) ci si identifica è già un primo passo: aiuta a dare un nome alle proprie tendenze e a capire che questi schemi, per quanto diffusi, possono essere modificati. Nessuno nasce “condannato” a sentirsi impostore per sempre; come vedremo a breve, esistono strategie per spezzare questi schemi di pensiero.

Esempi celebri e casi reali

A dimostrazione di quanto la sindrome dell’impostore sia trasversale, molte figure di successo ne hanno parlato apertamente. L’attore italiano Silvio Orlando, ad esempio, nel 2022 ha stupito il pubblico ammettendo, durante il discorso di ringraziamento per il David di Donatello vinto come miglior protagonista, di aver inizialmente rifiutato quel ruolo perché “non mi sentivo all’altezza”. Ha dichiarato di essersi sentito quasi costretto dal regista ad accettare la parte, convinto com’era di non poterla sostenere adeguatamente. Un attore pluripremiato e acclamato, dunque, che dietro la statuetta dorata confessa: “pensavo di non meritare questo premio, di aver ingannato tutti”. Questo episodio ha avuto ampia eco mediatica perché ha mostrato come anche i grandi professionisti possono essere tormentati dall’insicurezza, offrendoci un esempio concreto di sindrome dell’impostore.

Sul fronte internazionale, la lista di celebrità e leader che hanno ammesso di sentirsi impostori è lunga. La leggendaria attrice Meryl Streep, vincitrice di svariate statuette Oscar, ha confessato di frequente di provare l’ansia di non essere abbastanza brava e che ogni volta teme che il prossimo film possa rivelarla per quella che (secondo lei) realmente è, cioè una frode. L’attrice Jodie Foster, dopo aver vinto il suo primo Oscar, disse di aver atteso a lungo che qualcuno arrivasse a riprenderselo, convinta che ci fosse stato un errore. Persone del calibro di Albert Einstein e John Steinbeck hanno nei loro scritti riflessioni affini: Einstein parlava dell’“esagerata considerazione” di cui godevano le sue ricerche sentendosi un “impostore involontario”; Steinbeck nei suoi diari dubitava di essere davvero uno scrittore e si chiedeva per quanto avrebbe potuto “continuare a fregarli”. Anche star del cinema come Tom Hanks o figure di spicco dell’imprenditoria come Sheryl Sandberg (COO di Facebook) hanno raccontato di aver vissuto periodi in cui attendevano “di essere scoperti” e di sentirsi inadeguati ai ruoli ricoperti. Questa sfilza di nomi eccellenti può sorprenderci, ma contiene un messaggio importante: la sindrome dell’impostore può colpire chiunque, anche coloro che dall’esterno appaiono “ai vertici”.

Tali testimonianze aiutano a normalizzare il fenomeno e a ridurre la vergogna associata: se persino un premio Nobel o un’attrice venerata hanno avuto questi dubbi, non c’è da stupirsi né da vergognarsi se li proviamo anche noi. Come ha dichiarato l’ex First Lady Michelle Obama, riferendosi alla sua esperienza di donna afroamericana arrivata ai più alti livelli: “La sindrome dell’impostore è reale. Devi semplicemente alzarti e capire che quando entri in una stanza nessuno è migliore di te”. Questo tipo di consapevolezza e auto-dialogo positivo è proprio ciò che molte persone con impostorismo imparano a coltivare per superare la loro insicurezza. Vediamo dunque quali strategie suggeriscono gli esperti per affrontare e gestire la sindrome dell’impostore.

Come superare la sindrome dell’impostore

La buona notizia è che, pur non esistendo una cura magica (non essendo una malattia), la sindrome dell’impostore si può superare o quantomeno gestire con efficacia. Il primo passo fondamentale è riconoscerla: prendere coscienza di questi schemi di pensiero e dare un nome a ciò che si prova. Capire di non essere realmente incompetenti, ma di star attraversando un fenomeno psicologico comune, permette già di fare un passo indietro e osservare le proprie paure in modo più obiettivo. Ecco alcune strategie pratiche per affrontare il problema:

  • Parlane con qualcuno di fiducia: Rompere il silenzio è importante. Condividere questi pensieri con un amico, un mentore o un collega fidato aiuta a normalizzarli. Spesso si scopre che anche altre persone stimate hanno vissuto sensazioni simili. Sentirsi dire da qualcuno di cui ci fidiamo che riconosce i nostri meriti e che questi dubbi non rispecchiano la realtà può ridimensionare il problema.
  • Fai una lista dei tuoi successi: Può sembrare banale, ma tenere traccia concreta dei propri traguardi (grandi e piccoli) è molto utile. Scrivi un elenco dei risultati che hai raggiunto (esami superati, progetti conclusi, feedback positivi ricevuti) e aggiornalo regolarmente. Nei momenti di dubbio, rileggere nero su bianco ciò che hai realizzato e le qualità che hai dimostrato aiuta a contrastare la narrazione interna svalutante.
  • Cerca feedback oggettivi: Quando ti senti sopraffatto dall’autocritica, prova a verificare la realtà chiedendo un riscontro esterno. Rivolgiti a una persona di cui ti fidi (un superiore, un collega esperto, un docente) e chiedi un feedback genuino sulle tue performance. Spesso scoprirai che la tua percezione è più negativa di quella altrui. Questi confronti possono restituirti un’immagine più equilibrata delle tue competenze.
  • Limita il confronto con gli altri: Ricorda che ogni percorso è diverso. Confrontare continuamente i tuoi risultati con quelli altrui è ingannevole, perché tendi a vedere solo le altrui eccellenze e i tuoi punti deboli. Sforzati di focalizzarti sui tuoi progressi personali, paragonando te stesso oggi a come eri ieri, piuttosto che a un collega o competitor esterno.
  • Accetta l’errore (e l’imperfezione): Un mantra utile è “nessuno è perfetto, e non è richiesto che tu lo sia”. Impara a tollerare il fatto di poter sbagliare senza che ciò infici il tuo valore complessivo. Ogni errore è un’occasione di crescita: anche se cadere non piace a nessuno, è rialzandosi che si costruisce l’esperienza. Coltivare una mentalità di crescita, cioè credere che le abilità si possano sviluppare col tempo, ti aiuterà a vedere le sfide non come esami da superare per provare il tuo valore, ma come opportunità di apprendimento.
  • Rivedi le tue convinzioni interne: Può essere utile anche un lavoro di ristrutturazione cognitiva. Ad esempio, quando pensi “non sono abbastanza competente”, prova a mettere in discussione questa convinzione chiedendoti: “Quali prove oggettive ho del contrario?” Magari hai completato con successo progetti simili in passato, o possiedi qualifiche e anni di esperienza. Sostituisci gradualmente il dialogo interno negativo con affermazioni più equilibrate: invece di “Sono un bluff”, pensa “È normale sentirmi insicuro all’inizio, ma ho le capacità per riuscirci perché ho già affrontato sfide simili”.
  • Non nascondere sempre le tue difficoltà: Se sul lavoro c’è qualcosa che non sai o non capisci subito, non temere di fare domande o chiedere supporto. Ricorda che “nessuno nasce imparato” e che chiedere chiarimenti è segno di professionalità, non di stupidità. Spesso scoprirai anzi che gli altri apprezzano la tua trasparenza e saranno disponibili ad aiutarti. Questo ti farà uscire dal tuo isolamento auto-imposto e ridurrà la pressione di dover fare tutto perfettamente da solo.

In alcuni casi, soprattutto se la sindrome dell’impostore si accompagna a ansia intensa o depressione tali da limitare la qualità di vita, può essere utile intraprendere un percorso psicoterapeutico. Un psicologo o psicoterapeuta può aiutare a esplorare le origini profonde di questi sentimenti e a lavorare sui pensieri disfunzionali, magari attraverso approcci di terapia cognitivo-comportamentale (CBT) che si sono rivelati efficaci nel ridurre i sintomi da impostore.

In definitiva, superare la sindrome dell’impostore richiede tempo e pazienza. È un processo fatto di piccoli passi: ogni volta che riconosci un tuo pensiero autosabotante e scegli di non credergli ciecamente, ogni volta che ti concedi un elogio sincero per un lavoro ben fatto invece di minimizzarlo, stai indebolendo il potere della sindrome. Col tempo, questi nuovi schemi di pensiero più realistici prenderanno il sopravvento, e quello che ora ti sembra un segreto vergognoso (il sentirti inadatto) diventerà solo un ricordo o al più un’ombra occasionale con cui saprai convivere senza problemi.

Cosa possono fare i manager e le aziende

La sindrome dell’impostore non è solo una questione individuale; tocca da vicino anche il mondo del lavoro e chi lo gestisce. Manager e datori di lavoro svolgono un ruolo cruciale nel riconoscere e mitigare questo fenomeno nei team. Un ambiente di lavoro sano può infatti prevenire o attenuare molti dei fattori che alimentano i sentimenti d’impostore. Ecco alcune considerazioni e strategie che manager e organizzazioni possono adottare:

  • Creare una cultura del feedback e del riconoscimento: Spesso l’impostorismo prospera nel silenzio e nell’ambiguità. Assicurarsi che i collaboratori ricevano feedback regolari, chiari e costruttivi sul loro operato è fondamentale. Far sapere a una persona che il suo contributo è apprezzato e perché lo è (in termini concreti) la aiuta a collegare i risultati alla competenza, anziché alla fortuna. Celebrare i successi, anche quelli piccoli e quotidiani, rinforza l’idea che i traguardi sono frutto dell’impegno e delle capacità e non di equivoci. Un manager dovrebbe dunque comunicare i meriti in modo esplicito e bilanciato, così che nessuno nel team si senta “invisibile” o poco valorizzato.
  • Promuovere lo sviluppo e la formazione: Investire nella crescita delle competenze dei dipendenti è un segnale che l’azienda crede in loro. Programmi di formazione continua, coaching o mentoring aiutano i lavoratori a colmare eventuali gap di competenza percepiti e a sentirsi più sicuri. Dare opportunità di apprendimento (corsi, workshop, affiancamenti) trasmette il messaggio che è normale non sapere tutto subito e che si può sempre migliorare. Ciò trasforma la richiesta di aiuto da segno di debolezza a parte integrante della cultura aziendale (“chiedi pure, impariamo insieme”). Alcune aziende organizzano anche incontri sul tema impostor syndrome, incoraggiando i senior a condividere le proprie esperienze: questo può ridurre lo stigma e stimolare i più giovani a esprimere i loro dubbi senza paura.
  • Promuovere un ambiente inclusivo e di supporto: Come discusso, contesti di lavoro tossici o ipercompetitivi aggravano la sindrome dell’impostore. I manager dovrebbero impegnarsi per costruire team inclusivi, dove regna il rispetto e ogni voce può essere ascoltata senza giudizio. Ciò implica incoraggiare la diversità (di genere, di background, di prospettive) e contrastare attivamente comportamenti discriminatori o derisori. Ad esempio, evitare linguaggi o battute svalutanti, assicurarsi che nelle riunioni tutti abbiano spazio per parlare, e intervenire se qualcuno sminuisce i contributi altrui. Studi mostrano che luoghi di lavoro con bassa diversità, scarso supporto e comunicazione carente offrono terreno fertile al self-doubt e all’insicurezza. Viceversa, un team coeso in cui ci si sente appartenenti riduce quel senso di essere “fuori posto” tipico dell’impostore.
  • Definire aspettative chiare e obiettivi realistici: Spesso le persone si sentono impostori perché non sanno esattamente cosa ci si aspetta da loro, oppure perché gli obiettivi sono vaghi o irraggiungibili. Un buon manager stabilisce insieme al team degli obiettivi concreti, misurabili e raggiungibili, e comunica in modo trasparente i criteri di valutazione. Sapere su cosa si verrà giudicati riduce l’ansia da prestazione, perché toglie quell’alone di incertezza (“starò facendo abbastanza?”). Inoltre, quando un collaboratore non raggiunge un target, è importante che il feedback si concentri su cosa migliorare in futuro, senza etichettare la persona come incapace. In altre parole, normalizzare gli errori: se un progetto fallisce, analizzarlo insieme come occasione di apprendimento e non come colpa personale. Ciò aiuta tutti a capire che non si pretende infallibilità, ma piuttosto capacità di adattamento e crescita.
  • Incoraggiare il dialogo su stress e insicurezze: I manager dovrebbero segnalare una disponibilità all’ascolto riguardo alle difficoltà dei membri del team. Ad esempio, durante le riunioni one-to-one, possono chiedere apertamente: “Come ti senti rispetto ai tuoi risultati? Ci sono aree in cui ti senti meno sicuro?”. Questo può dare l’opportunità a chi vive la sindrome dell’impostore di esprimersi, ricevendo magari rassicurazioni o consigli. Chiaramente non tutti si sentiranno a proprio agio a parlarne subito, ma sapere che il proprio responsabile non nega l’esistenza di queste emozioni è già confortante. Alcune aziende offrono anche servizi di counseling o coaching interno: rendere noti e accessibili questi strumenti comunica che prendersi cura della salute mentale (inclusa l’insicurezza lavorativa) è parte della cultura aziendale.

Un manager attento può fare molto per ridurre il terreno fertile su cui prolifera la sindrome dell’impostore. Come ha osservato uno studio tedesco, sarebbe utile introdurre programmi di formazione specifici per giovani in carriera e futuri manager, proprio per aiutarli a riconoscere e dissipare sul nascere i dubbi di inadeguatezza auto-percepita. Il beneficio è duplice: da un lato, i dipendenti imparano a gestire meglio le proprie ansie e a esprimere il loro potenziale; dall’altro, l’azienda trattiene talenti che altrimenti, per eccesso di stress o mancata auto-valorizzazione, potrebbero andare incontro a burnout o decidere di lasciare il posto di lavoro. Dopotutto, un collaboratore che si sente valorizzato e competente darà il meglio di sé, mentre uno cronicamente insicuro tenderà a trattenersi o a logorarsi.

Conclusioni

La sindrome dell’impostore ci ricorda che spesso il nemico più insidioso si annida nella nostra mente. È la discrepanza tra ciò che abbiamo dimostrato e ciò che crediamo di valere, un corto circuito psicologico che può frenare anche le persone più talentuose. Abbiamo visto come questo fenomeno abbia radici profonde ma anche come sia ampiamente diffuso e superabile. Riconoscerlo per quello che è (un pensiero irrazionale e autosabotante, non una verità oggettiva) è l’inizio del cambiamento. Lungo il percorso, aiutano il confronto con gli altri, l’evidenza dei propri successi e, se necessario, il sostegno di professionisti.

Allo stesso tempo, è emerso chiaramente che combattere la sindrome dell’impostore non spetta solo al singolo individuo. Le organizzazioni e i leader hanno la responsabilità di costruire ambienti dove nessuno debba sentirsi un impostore per ragioni di genere, provenienza o stile personale. Creare una cultura di feedback, inclusione e apprendimento continuo è il miglior antidoto “di sistema” a questo problema. In un settore competitivo come quello tecnologico o dell’automotive, ad esempio, far sentire ogni membro del team parte legittima del gruppo può fare la differenza tra un talento che fiorisce e uno che si auto-svaluta nell’ombra.

In conclusione, la sindrome dell’impostore si può vincere con consapevolezza, supporto e azioni mirate. Come ogni sfida psicologica, richiede di mettersi in gioco: imparare a riconoscere quella voce interiore ipercritica e a risponderle con i fatti e con un pizzico di compassione verso se stessi. È un viaggio che richiede tempo, ma che porta verso una meta preziosa: la capacità di apprezzare i propri successi per quello che sono, senza inutili autosabotaggi. E ricordiamo le parole di chi ci è passato: “Non siete degli impostori, avete guadagnato con merito ciò che avete. Nessuno vi ha regalato nulla”. Far proprio questo messaggio è forse il passo finale per lasciarsi alle spalle, una volta per tutte, l’ingombrante ombra dell’impostore.

Bibliografia

Bogani, I. (2025, 10 ottobre). La sindrome dell’impostore: quando un bugiardo fa carriera. Unobravo.

Clance, P. R., & Imes, S. A. (1978). The impostor phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 15(3), 241–247.

Dabaja, A. (2023, 3 marzo). Imposter Syndrome. Society of Women Engineers – All Together Blog.

Kalser, L. (2025, 23 gennaio). Rethinking impostor syndrome may help worker insecurities. HR Dive.

Mereta, F. (2022, 19 giugno). I manager e la sindrome dell’impostore. Fortune Italia.

Redazione 180gradi. (2022, 3 settembre). È stata solo fortuna. La sindrome dell’impostore. 180gradi Magazine.

Tulshyan, R., & Burey, J. (2021, 11 febbraio). Stop Telling Women They Have Imposter Syndrome. Harvard Business Review.

World Economic Forum. (2023). Global Gender Gap Report 2023.

Ps. auguri Matilde!

Pps. ne ho parlato anche qui e qui.

Rita De Crescenzo e la Cultura del Trash: Un’Analisi Psicologica e Antropologica del Fenomeno Mediatico Contemporaneo

Introduzione

Negli ultimi anni, il panorama mediatico italiano ha visto l’ascesa di numerose figure che incarnano la cosiddetta “cultura del trash”. Tra queste, una delle più emblematiche è Rita De Crescenzo, tiktoker e cantante neomelodica napoletana, il cui successo virale ha suscitato un ampio dibattito sull’impatto dei social media sulla cultura popolare. Il termine “trash” è spesso utilizzato in modo dispregiativo per indicare prodotti ritenuti di bassa qualità o di scarso valore culturale; tuttavia, la crescente visibilità di personaggi come De Crescenzo porta alla luce dinamiche culturali e sociali molto più complesse di quanto il semplice termine “spazzatura” possa suggerire.

Questo saggio si propone di analizzare approfonditamente, attraverso una lente interdisciplinare, il fenomeno De Crescenzo e la cosiddetta “cultura del trash”. Integreremo prospettive provenienti dalla psicologia sociale, dall’antropologia culturale e dalla sociologia, con l’obiettivo di comprendere non solo le ragioni dell’esplosione di popolarità di certe figure mediatiche, ma anche le loro funzioni sociali e psicologiche. Saranno inoltre evidenziati i meccanismi di identificazione, di costruzione dell’identità di gruppo e di legittimazione simbolica che concorrono al successo di tali fenomeni.

A livello accademico, la cultura “alta” e la cultura “bassa” sono state spesso contrapposte, e molti studiosi – da Pierre Bourdieu (1984) a Stuart Hall (1973) – hanno messo in luce come queste categorie siano in parte costruite socialmente, funzionali cioè a determinati rapporti di potere. In questa prospettiva, il “trash” non va inteso come un’anomalia marginale, bensì come un’espressione culturale che risponde a bisogni specifici di un certo pubblico. Nel caso di Rita De Crescenzo, la sua appartenenza al contesto napoletano, la sua estetica “eccessiva” e la sua performance spettacolare sollevano interrogativi su come una parte della popolazione – specialmente quella legata a contesti socioeconomici di periferia – possa trovare in lei un simbolo di auto-rappresentazione e di riscatto, seppure in forme spesso percepite come “grottesche” da chi possiede un diverso capitale culturale.

Nel corso di questo saggio, ogni paragrafo approfondirà un aspetto cardine: partiremo dall’analisi antropologica del “trash” nel contesto napoletano, per poi esplorare le dinamiche di identificazione sociale e i bisogni psicologici collettivi che si soddisfano attraverso la fruizione di contenuti ritenuti “trash”. In seguito, esamineremo come il trash possa fungere da catarsi e da intrattenimento psicologico, e come si intrecci con i meccanismi di distinzione culturale. Infine, proporremo una riflessione critica su ciò che rappresenta davvero “degrado” culturale e su ciò che, al contrario, può essere considerato un’espressione legittima di cultura popolare. Approfondiremo inoltre la questione della “presunta superiorità” di chi condanna il trash, sondando i possibili pregiudizi di classe e i processi di stigmatizzazione.

La speranza è che questa analisi, ben più lunga e dettagliata di un breve articolo di opinione, possa fornire strumenti critici sia per chi condanna sia per chi difende il fenomeno De Crescenzo, contribuendo a una discussione più informata e approfondita su ciò che oggi definiamo “cultura popolare” e “trash”.

1. Il Trash come Fenomeno Antropologico: Il Contesto Socioculturale di Rita De Crescenzo

1.1 Definizione di Trash e Origini del Termine
Il termine “trash” ha avuto storicamente un connotato fortemente negativo, venendo utilizzato per descrivere opere e prodotti ritenuti di scarso valore artistico o privi di contenuto edificante. Tuttavia, a partire dagli anni ’80 e ’90, i cultural studies hanno iniziato a interrogarsi sui fenomeni popolari considerati “bassi”, attribuendo loro dignità d’analisi. In particolare, gli studi di Angela McRobbie (1991) sulla cultura pop e quelli di John Storey (2015) sui prodotti culturali di massa hanno evidenziato come ciò che viene etichettato come “trash” possa essere in realtà portatore di significati sociali, di messaggi di protesta, o di meccanismi di identificazione collettiva.

1.2 Contesto Napoletano: Teatralità Popolare e Ironia Dissacrante
Napoli costituisce un caso particolarmente interessante per comprendere il trash come fenomeno antropologico. Nella cultura napoletana, la teatralità popolare ha radici profonde. Lo vediamo nella tradizione della commedia dell’arte, nelle opere di Eduardo De Filippo e ancor prima nella cultura vernacolare; si tratta di una teatralità che fa parte della quotidianità, permeando il modo di parlare, di gesticolare e di raccontarsi al mondo. Come sottolinea l’antropologo Marino Niola (2007), Napoli è una città in cui la vita quotidiana si mescola alla performance, generando una costante enfasi sul registro emotivo. Questo registro si esprime attraverso un linguaggio colorito e “teatrale”, nel quale l’eccesso diventa una forma di affermazione di sé e di resistenza alle strutture di potere.

Nel caso di Rita De Crescenzo, la sua provenienza da un contesto popolare napoletano si riflette nello stile comunicativo sopra le righe, che combina ironia dissacrante, autocelebrazione e riferimenti continui al contesto di quartiere. Da un punto di vista antropologico, ciò può essere letto come una rivendicazione di identità: nell’esaltare le proprie origini, De Crescenzo mette in scena un microcosmo culturale che ha bisogno di visibilità, sfidando così i canoni di ciò che è considerato “accettabile” secondo la cultura dominante.

1.3 Trash e Cultura Dominata
Seguendo l’approccio di Pierre Bourdieu (1984) sulla “distinzione culturale”, il trash potrebbe rappresentare una forma di “cultura dominata” che cerca di emergere dai margini. Bourdieu sostiene che la società sia stratificata non soltanto economicamente, ma anche culturalmente: chi possiede un maggior “capitale culturale” (istruzione, familiarità con codici artistici legittimati, ecc.) tende a imporre i propri gusti come standard di legittimità, relegando altre forme espressive a uno stato di inferiorità. In questa logica, il trash di Rita De Crescenzo – con i suoi video musicali neomelodici, i contenuti esuberanti sui social e l’estetica definita “eccessiva” – funge da contropotere simbolico, un modo per riaffermare il diritto all’esistenza e alla visibilità di una comunità che non rientra nei canoni dell’“alta cultura”.

1.4 Trash come Narrazione Comunitaria
L’antropologo Clifford Geertz (1973) ha definito la cultura come un sistema di simboli condivisi che conferiscono senso all’esperienza umana. In questa prospettiva, un fenomeno come De Crescenzo diventa un veicolo di narrazione comunitaria: l’artista – o l’influencer, per usare un termine odierno – dà voce a un vissuto collettivo, a storie di periferia, di precarietà, di orgoglio identitario. Il “trash” si trasforma così in uno spazio discorsivo in cui il gruppo si riconosce e trova forme di legittimazione, in un Paese – l’Italia – che spesso oppone un Nord “sviluppato” a un Sud “arretrato”.

1.5 La Funzione Sociale del Grottesco e dell’Eccesso
La cifra stilistica del trash, che si esprime in forme grottesche ed eccessive, non è casuale. Già Michail Bachtin (1965) ha osservato come il carnevalesco e il grottesco, nell’arte popolare, rappresentino momenti di ribaltamento simbolico dell’ordine costituito, creando uno spazio di liberazione e di critica sociale, seppure in forma mascherata o ironica. A Napoli, l’uso dell’eccesso e dell’ironia può essere inteso come strumento di denuncia e di resistenza, sebbene spesso venga letto, dall’esterno, come un segno di volgarità fine a se stessa. Rita De Crescenzo, in tal senso, incarna appieno la tradizione dell’ironia dissacrante e della teatralità come armi culturali.

2. La Psicologia della Popolarità: Bisogni Sociali e Identificazione

2.1 Teorie dell’Identificazione Sociale
Dal punto di vista della psicologia sociale, il successo di personaggi come Rita De Crescenzo può essere interpretato attraverso le teorie dell’identificazione sociale di Henri Tajfel e John Turner (1979; 1986). Queste teorie sostengono che gli individui cerchino di appartenere a gruppi che conferiscono loro un senso di identità positiva: si tende a favorire il proprio ingroup e a differenziarsi dagli outgroup. Nel caso di De Crescenzo, il “suo” gruppo potrebbe essere costituito da coloro che condividono determinate esperienze socioeconomiche e culturali, in particolare legate all’ambiente popolare napoletano e alla cultura neomelodica. Chi si sente parte di questo mondo tende a vedere nell’artista un simbolo di riscatto, mentre chi ne è estraneo potrebbe denigrarne i contenuti come “trash”.

2.2 Dinamiche Parasociali
Un altro elemento chiave per comprendere la popolarità di figure come De Crescenzo è il concetto di “relazione parasociale” (Horton & Wohl, 1956). Le relazioni parasociali descrivono il legame illusorio che gli spettatori sviluppano con personaggi mediatici, come se li conoscessero personalmente. Sui social media, queste dinamiche si intensificano: la possibilità di commentare e ricevere risposte (o anche solo reazioni) dall’“idolo” di riferimento crea una vicinanza emotiva ancora maggiore. Nel caso di De Crescenzo, la sua presenza costante su TikTok e la tendenza a interagire con il pubblico, ringraziandolo o coinvolgendolo nei suoi momenti di vita quotidiana, genera una forte sensazione di “famigliarità”. Ciò permette ai follower di sentirsi parte del suo successo, come se esistesse un rapporto personale e diretto.

2.3 Bisogno di Appartenenza e Riconoscimento
Abraham Maslow (1954), nella sua celebre gerarchia dei bisogni, evidenzia come l’appartenenza sociale e il riconoscimento siano dimensioni fondamentali del benessere psicologico. In una società frammentata e caratterizzata da incertezze economiche e identitarie, la presenza di figure come Rita De Crescenzo può offrire un punto di aggregazione e un senso di comunità. Chi si riconosce nel suo linguaggio, nei suoi riferimenti culturali e nelle sue esperienze di vita, può trovare nella sua popolarità un modo per affermare la propria identità, per legittimarla e per opporsi a una narrazione mediatica nazionale che spesso riduce le periferie a semplici luoghi di criminalità o di degrado.

2.4 La Micro-Celebrità e l’Economia dell’Attenzione
Marwick e boyd (2011) hanno sviluppato il concetto di “micro-celebrità” per descrivere il modo in cui, con l’avvento dei social media, è possibile raggiungere la fama a partire da contesti ristretti. Non è più necessario passare per i canali tradizionali, come la televisione o la radio nazionali; è sufficiente avere un numero di follower e di engagement abbastanza alto su una piattaforma digitale per diventare una celebrità locale o di nicchia. Rita De Crescenzo si inserisce perfettamente in questo scenario: il suo successo è veicolato dalla viralità dei contenuti, e i social le permettono di monetizzare l’attenzione che riceve.

A questo si aggiunge il concetto di “economia dell’attenzione” (Davenport & Beck, 2001; Citton, 2017), secondo cui la risorsa più importante in un’epoca di overload informativo non è più il denaro, bensì l’attenzione del pubblico. Essere “trash” o adottare un’estetica provocatoria diventa, in tal senso, una strategia per catturare e mantenere l’attenzione. Nel sistema dei social media, ogni “visualizzazione”, ogni “mi piace” e ogni “commento” rappresenta una frazione di attenzione che può essere convertita in visibilità e, in ultima analisi, in potere simbolico ed economico.

2.5 Identificazione e Contrasto
La popolarità di De Crescenzo, come quella di molti personaggi trash, si nutre spesso di sentimenti polarizzati: c’è chi la ama e c’è chi la detesta. Questa polarizzazione rafforza il suo status mediatico, perché la rende un argomento di discussione, sia in termini di lode sia in termini di critica. Questo meccanismo è stato definito “polarizzazione affettiva”: nell’economia dell’attenzione, anche l’indignazione e la critica possono paradossalmente alimentare la fama di una persona, dal momento che ogni interazione, anche negativa, contribuisce a far salire l’algoritmo di visibilità (Marwick, 2013).

3. Il Trash come Forma di Catarsi e Intrattenimento Psicologico

3.1 Funzione Catartica del Trash
Dalle teorie classiche sul teatro greco (Aristotele) fino agli studi contemporanei di psicoanalisi e antropologia, la catarsi è stata interpretata come una liberazione emotiva che l’individuo o la comunità sperimenta attraverso una rappresentazione simbolica di passioni e conflitti. Nel contesto odierno, il “trash” può svolgere una funzione analoga: la messa in scena dell’eccesso, della volgarità e dello “scandalo” permette agli spettatori di sfogare emozioni represse. Come nelle “feste di inversione” descritte da Victor Turner (1969), in cui le gerarchie sociali e le norme morali vengono temporaneamente rovesciate, i contenuti trash consentono di “giocare” con ciò che normalmente è vietato o condannato, creando uno spazio di trasgressione simbolica.

3.2 Trash e Sublimazione
Nella prospettiva psicoanalitica, Sigmund Freud (1910) introduce il concetto di “sublimazione” come il processo attraverso cui pulsioni di natura sessuale o aggressiva vengono canalizzate in attività socialmente accettabili. Il trash, sebbene non sembri affatto “accettabile” per molti, può funzionare come una sorta di sublimazione alla rovescia: esso rende visibile, in modo esagerato, ciò che la società tende a reprimere. Guardare un video di De Crescenzo in cui tutto è colorato, rumoroso, sovraccarico di gesti e di parole “fuori luogo” può essere, per molti, una momentanea concessione all’eccesso che nella vita quotidiana è inibito. Anche chi si ritiene “culturalmente elevato” può provare un piacere ambiguo nel guardare contenuti trash, sperimentando il fascino della trasgressione entro limiti “sicuri” – quelli dello schermo.

3.3 Intrattenimento e Riduzione dello Stress
Lo psicologo sociale Dolf Zillmann (1988) ha approfondito il concetto di “mood management”, ovvero il modo in cui le persone selezionano i contenuti mediatici in base ai propri stati d’animo. Se una persona è annoiata o stressata, può decidere di guardare un contenuto che la distragga o la faccia ridere. Il trash, con i suoi elementi grotteschi e la sua comicità involontaria (o voluta), è spesso un efficace generatore di intrattenimento spensierato. Molti spettatori seguono De Crescenzo non perché la considerino un modello da emulare, ma per ridere, per abbassare la tensione e per concedersi un momento di leggerezza. In questo senso, il trash diventa un “consumo ricreativo” che ha un valore psicologico distensivo.

3.4 Il Ruolo del Grottesco come Liberazione Emotiva
Come già accennato, la cultura napoletana ha una lunga tradizione di rappresentazioni grottesche e carnevalesche, che si collegano alla teoria del “carnevale” di Michail Bachtin (1965). Nell’ottica bachtiniana, il grottesco è una forma di sovversione temporanea dell’ordine, un modo per rappresentare il corpo e la società in modo irriverente e iperbolico. Questo può spiegare perché, storicamente, Napoli abbia prodotto forme di arte popolare così vibranti e “fuori dagli schemi” e perché personaggi come De Crescenzo possano trovare terreno fertile. La sua gestualità, i suoi video musicali, l’accento marcato, la ripetizione di slogan e di frasi a effetto rientrano in un repertorio di eccessi che intrattiene e al contempo disturba, creando una reazione emotiva intensa.

3.5 Il Trash come Esperienza Comunitaria
Infine, non va trascurata la dimensione collettiva di questa forma di intrattenimento. Sui social, il trash genera spesso fenomeni di “watch party” virtuali, in cui migliaia di persone commentano in tempo reale i contenuti, scambiandosi battute e reazioni. Questo crea un senso di comunità virtuale che può essere temporaneo ma intenso. Gli psicologi sociali che si occupano di comportamenti di gruppo online (Baym, 2015) hanno sottolineato come la condivisione di un “oggetto di divertimento” – in questo caso il trash – possa rafforzare la coesione interna di un gruppo, anche se il gruppo stesso si definisce come “superiore” o “distante” rispetto all’oggetto di divertimento.

4. La Presunta Superiorità di chi Condanna il Trash: Questioni di Distinzione Culturale ed Elitismo

4.1 Origine di un Pregiudizio
Spesso, quando si parla di trash, si innesca immediatamente una reazione di superiorità da parte di chi si considera appartenente a una sfera culturale più “nobile”. Ma su quali basi si fonda questa presunta superiorità? Come notato da Bourdieu (1984), la distinzione tra cultura alta e cultura bassa non è qualcosa di “naturale”, ma il risultato di un processo sociale che stabilisce quali prodotti culturali siano degni di apprezzamento e quali no. Chi possiede titoli di studio elevati, chi frequenta teatri e gallerie d’arte, chi è in grado di apprezzare opere letterarie complesse, spesso tende a bollare come “spazzatura” ciò che non rientra nei propri orizzonti di gusto. In questo senso, condannare fenomeni come Rita De Crescenzo diventa un modo per riaffermare il proprio status di classe e il proprio dominio simbolico.

4.2 Il Ruolo delle Istituzioni Culturali
Le istituzioni culturali, come musei, università e centri di produzione artistica, spesso consolidano queste gerarchie di valore. Sebbene negli ultimi decenni ci sia stata una maggiore apertura verso la cultura pop (basti pensare agli studi di sociologia e comunicazione che analizzano le serie televisive, la musica pop e i social media), permangono resistenze quando si arriva a forme di espressione considerate “estreme”, come il trash. In Italia, poi, c’è una tradizione intellettuale, ereditata in parte dalla cultura umanistica, che attribuisce grande importanza al “bello” secondo criteri classici, rendendo ancora più netto il confine con ciò che è visto come esteticamente “sgradevole”.

4.3 Effetto di Stigmatizzazione
La condanna del trash produce uno stigma sociale non solo verso i prodotti culturali considerati di bassa lega, ma anche verso le persone che li creano e li fruiscono. Nel caso di Rita De Crescenzo, la stigmatizzazione è doppia: da un lato perché i suoi contenuti sono etichettati come “volgari”, dall’altro perché proviene da un contesto socioeconomico e geografico (la periferia napoletana) che in Italia porta con sé stereotipi negativi. Ciò alimenta un circolo vizioso: più un certo gruppo sociale è svantaggiato, meno ha accesso a forme di cultura “legittime” e più viene accusato di non possedere gusto o di produrre “spazzatura”. Si crea così una frattura sociale profonda, difficile da ricomporre.

4.4 Distinzione e Rafforzamento dell’Identità Elitaria
Secondo l’analisi di Bourdieu, la distinzione culturale è anche un modo per rafforzare l’identità di chi “condanna”. Ritroviamo qui un fenomeno speculare a quello dell’identificazione sociale di cui parlano Tajfel e Turner (1979): chi si schiera contro il trash costruisce un proprio ingroup di “colti” o “raffinati” contrapposto a un outgroup di “volgari” o “ignoranti”. Condannare pubblicamente Rita De Crescenzo – magari sui social, con frasi cariche di disprezzo – diventa un modo per segnalare la propria appartenenza a un’élite culturale. In un’era di iperconnessione, la presa di posizione online si traduce immediatamente in visibilità e può fornire un ritorno simbolico sotto forma di like, commenti di approvazione e rafforzamento della propria reputazione intellettuale.

4.5 Oltre la Condanna: Uno Sguardo Critico e Inclusivo
Tuttavia, c’è anche chi, pur non apprezzando il trash in termini estetici, cerca di adottare uno sguardo critico più inclusivo. Storici dell’arte, sociologi e antropologi interessati alle culture subalterne sottolineano come la condanna morale del trash sia spesso un esercizio di potere. Quando si chiede, ad esempio, se Rita De Crescenzo stia veicolando un messaggio culturale “degradante”, sarebbe opportuno domandarsi: degradante per chi? E secondo quali parametri di giudizio? Come notano Gramsci (1975) e Hall (1973), la cultura popolare deve essere analizzata nel contesto delle relazioni di classe e di potere, senza scadere in semplificazioni moralistiche.

5. La Dimensione Sociologica: Napoli, Periferie e il Riscatto Simbolico

5.1 La Specificità del Territorio
Per comprendere fino in fondo il fenomeno Rita De Crescenzo, è necessario collocarlo nel contesto di Napoli e, più in generale, delle periferie del Sud Italia. Napoli, nella rappresentazione mediatica nazionale, è spesso ridotta a stereotipi: da un lato la città dell’arte, del buon cibo, della storia millenaria, e dall’altro un luogo di degrado, illegalità e criminalità organizzata. Questi stereotipi, come evidenzia Alessandro Dal Lago (2012) nelle sue analisi sulla costruzione mediatica della devianza, creano un immaginario collettivo in cui i napoletani, specialmente quelli delle periferie, vengono visti come “cittadini di serie B”.

5.2 Il Ruolo dei Quartieri Popolari
Quartieri come Scampia, Secondigliano e altri, spesso associati alla criminalità, sono anche luoghi di grande vitalità culturale e sociale, dove convivono forme di solidarietà reciproca, di convivialità e di narrazione popolare. La musica neomelodica, di cui Rita De Crescenzo fa parte, nasce proprio in questi contesti come forma espressiva che parla di amori tormentati, di passionalità e di vita quotidiana al di fuori dei circuiti ufficiali. Come sottolinea la sociologa Loredana Sciolla (2012), queste forme culturali possono rappresentare un tentativo di riaffermare la propria identità contro l’egemonia di un discorso pubblico che tende a marginalizzare tali aree urbane.

5.3 Riscatto Simbolico e Visibilità Mediatica
Se da un lato figure come De Crescenzo sono accusate di “esaltare il degrado”, dall’altro esse possono diventare simboli di un riscatto simbolico: conquistare milioni di visualizzazioni su TikTok o migliaia di fan ai concerti neomelodici significa, anche, far sentire la propria voce e la propria presenza in un panorama mediatico nazionale che solitamente ignora la realtà delle periferie. Le persone che vivono in questi contesti possono identificarsi con la “rivincita” di chi, partendo da condizioni svantaggiate, riesce comunque a emergere, sia pure con modalità discusse.

5.4 Effetto di Coesione e di Autostima Collettiva
La sociologia delle periferie urbane (Wacquant, 2008) mostra come l’autostima collettiva di un quartiere o di una comunità possa migliorare se emergono figure capaci di rappresentarla positivamente o quanto meno di darle un palcoscenico nazionale. Anche se le modalità espressive di De Crescenzo possono apparire “trash” per altri contesti socioculturali, per molti abitanti dei quartieri popolari napoletani, esse costituiscono una forma di riconoscimento. Il meccanismo psicologico del “vicarious pride” (orgoglio vicario) descritto da Allport (1954) prevede che l’individuo si senta orgoglioso delle conquiste di un membro del proprio gruppo, interpretando tale successo come un riflesso della propria identità collettiva.

5.5 I Limiti del Riscatto Simbolico
Ovviamente, il rischio è che il successo di figure come De Crescenzo non sia accompagnato da un effettivo miglioramento delle condizioni di vita nelle periferie. Se da un lato la visibilità mediatica può accendere i riflettori su contesti abitualmente trascurati, dall’altro può anche rimanere un fuoco di paglia che non incide sulle politiche pubbliche, sulle infrastrutture e sui servizi sociali. Dunque, la sociologia critica invita a non confondere la dimensione simbolica con quella materiale: un video virale non cancella la mancanza di lavoro o il degrado urbano, ma quantomeno può contribuire a rompere il silenzio mediatico su queste realtà.

6. La Costruzione dell’Identità e la Performance del Sé in Rete

6.1 Identità Mediate
Con l’avvento dei social media, l’identità non è più (solo) una questione privata, bensì una performance costante davanti a un pubblico potenzialmente globale (Goffman, 1959; boyd, 2008). Rita De Crescenzo ha costruito la propria identità pubblica esagerando alcuni tratti della personalità e dell’estetica, consapevole che, in rete, ciò che “colpisce” attira visualizzazioni. La sua identità virtuale e la sua identità offline possono sovrapporsi o divergere, ma il punto cruciale è che l’artista utilizza i social come palcoscenico, dove ogni contenuto viene recitato e costruito per stimolare una reazione.

6.2 La Curatela del Sé
Gli studi di Erving Goffman (1959) sulla “messa in scena” del sé hanno anticipato concetti oggi centrali nell’analisi dei social media. Goffman osservava che le persone si comportano come attori su un palcoscenico, cercando di controllare l’immagine che gli altri si fanno di loro. Nella società della rete, questa dinamica si amplifica: chiunque gestisce il proprio profilo come se fosse una piccola vetrina personale, selezionando foto, testi e video per proiettare un’immagine coerente (o volutamente incoerente) di sé stesso. De Crescenzo, consapevolmente o no, “cura” la propria immagine attraverso elementi distintivi (slogan, abbigliamento vistoso, eccessi linguistici) che la rendono immediatamente riconoscibile.

6.3 Il Ruolo degli Algoritmi
Non bisogna trascurare il ruolo degli algoritmi dei social media, che premiano i contenuti ad alto tasso di engagement. Studi di Matteo Pasquinelli (2014) e di Taina Bucher (2018) dimostrano come i meccanismi di raccomandazione e di ranking tendano a privilegiare contenuti che generano reazioni forti, positive o negative che siano. Ciò significa che, se un video di Rita De Crescenzo scatena indignazione (oltre che ammirazione), l’algoritmo lo mostrerà a un numero crescente di utenti, innescando un circolo virtuoso (o vizioso) di visibilità. Dunque, la performance del sé trash diviene anche una strategia adattiva in un ambiente digitale competitivo.

6.4 L’Identità Ibrida tra Offline e Online
L’antropologo Daniel Miller (2011) ha coniato il concetto di “social media as cultural space” per indicare come la vita online e quella offline si fondano in un’unica dimensione ibrida. Nel caso di De Crescenzo, la sua identità offline – come persona reale che vive in un certo quartiere e ha certi riferimenti culturali – si fonde con l’identità online, quella dell’artista/trash influencer. Lo spettatore, quando guarda i suoi video, ha la sensazione di entrare “a casa sua” o “nel suo quartiere”, grazie alla diretta e all’immediatezza dei contenuti. Questo crea un senso di autenticità che risulta particolarmente affascinante o irritante, a seconda dei punti di vista, ma che comunque contribuisce al successo virale dei suoi contenuti.

6.5 Authenticity, Relatability e Fenomeno De Crescenzo
Nella cultura digitale, l’autenticità è spesso ricercata come valore estetico e morale (Enli, 2015). Paradossalmente, essere “troppo perfetti” in rete può apparire artificiale e respingere il pubblico. Chi si mostra, invece, con difetti, dialetto marcato, imperfezioni e sbavature, può risultare più “relatable” e quindi più attraente. Rita De Crescenzo, con il suo stile “senza filtri”, incarna pienamente questo trend di autenticità ostentata. Ciò è uno dei motivi per cui molte persone si sentono “vicine” a lei: la percepiscono come genuina, non costruita a tavolino, e questo soddisfa il bisogno di connessione autentica di cui parlano vari studiosi di media digitali (Papacharissi, 2010).

7. Rita De Crescenzo e la Cultura Neomelodica: Radici, Significati e Critiche

7.1 Origini della Musica Neomelodica
Per comprendere l’universo culturale di cui Rita De Crescenzo fa parte, bisogna soffermarsi sulla musica neomelodica, un genere che affonda le radici nella canzone napoletana tradizionale, ma che si è evoluto in un contesto socioeconomico ben preciso: quello delle periferie di Napoli negli anni ’80 e ’90. Questa musica, caratterizzata da testi diretti, melodie semplici e un forte senso di drammaticità sentimentale, è spesso associata a tematiche popolari come l’amore travolgente, il tradimento, le difficoltà della vita quotidiana, e in alcuni casi persino alla celebrazione di figure legate alla micro-criminalità.

7.2 Il Legame con la Tradizione
La cultura neomelodica non è un fenomeno isolato, ma si innesta sulla tradizione centenaria della canzone napoletana, che già da fine Ottocento affascinava artisti di tutto il mondo. Il neomelodico porta avanti alcuni stilemi (l’intensità vocale, la passionalità dei testi), ma li combina con sonorità e arrangiamenti più moderni o “commerciali”. Al contempo, i cantanti neomelodici – e De Crescenzo ne è un esempio – riflettono un approccio “diretto” al pubblico, senza troppe mediazioni. Nei concerti di piazza, la barriera tra artista e spettatore viene abbattuta, e il senso di comunità diventa palpabile, rispecchiando il forte senso di appartenenza territoriale.

7.3 Temi di Controversia
La musica neomelodica è stata spesso criticata per la scarsa sofisticazione musicale o per i contenuti dei testi, talvolta intrisi di maschilismo, violenza o apologia della criminalità. È importante sottolineare che non tutti i brani neomelodici presentano tali caratteristiche, ma le polemiche mediatiche si concentrano in particolare su quei cantanti che raccontano la malavita o che sembrano legittimarla. Nel caso di De Crescenzo, la sua popolarità si lega più a un’estetica generale “trash” che non alla glorificazione esplicita della criminalità. Tuttavia, le critiche si concentrano anche sull’idea che questi contenuti “facili” e “volgari” possano distrarre il pubblico dai problemi reali, abbassando il livello del discorso culturale.

7.4 Significati Sociali e Identitari
Per una parte del pubblico, il neomelodico e la figura di De Crescenzo rappresentano invece un’identità di quartiere, un senso di fierezza culturale che sfugge ai canoni nazionali del “bel canto”. Ascoltare musica neomelodica, andare ai concerti, seguirne gli interpreti sui social, significa creare legami di appartenenza e di solidarietà all’interno di comunità che condividono valori, riferimenti e lingue (dialetti) spesso minoritari e non valorizzati dalla cultura ufficiale. Come sottolineato da De Certeau (1980) nel suo studio sulle pratiche culturali “dal basso”, questi consumi non vanno liquidati come mera “subcultura”, ma analizzati come campi di produzione di senso e di resistenza alle narrazioni egemoniche.

7.5 Critiche e Rappresentazioni Mediatiche
La televisione nazionale, quando si occupa di fenomeni come quello neomelodico, tende a farlo in maniera sensazionalistica, riducendo gli artisti a macchiette o oggetti di derisione. Questo alimenta il divario tra centro e periferia, tra “cultura alta” e “cultura bassa”, e non consente una vera comprensione dei significati antropologici e sociologici del fenomeno. Al contrario, una lettura più empatica e approfondita potrebbe rivelare come la musica neomelodica sia, per molti, un canale di espressione del disagio, della rabbia, ma anche di speranza e di amore per la propria terra.

8. Critiche, Potenzialità e Nuove Prospettive di Ricerca

8.1 Fenomeno Effimero o Nuova Forma di Cultura Popolare?
Una domanda che spesso emerge è se il successo di Rita De Crescenzo e di altri personaggi trash sia destinato a durare o se rappresenti l’ennesimo fenomeno effimero della società dello spettacolo. Alcuni ritengono che si tratti di una moda passeggera, legata al funzionamento degli algoritmi e dei trend temporanei sui social. Tuttavia, analizzando il contesto socioculturale che circonda De Crescenzo, emerge come la sua fama sia radicata in esigenze di riconoscimento, appartenenza e catarsi che hanno solide basi storiche e antropologiche. Pertanto, se la singola figura potrebbe scomparire dalla scena, il bisogno di espressione “dal basso” – con toni esagerati e popolari – difficilmente verrà meno.

8.2 Possibili Evoluzioni del Trash
Con il progredire delle piattaforme digitali, il trash stesso potrebbe assumere nuove forme. Pensiamo, ad esempio, all’uso di strumenti di intelligenza artificiale per creare contenuti sempre più personalizzati o alla realtà virtuale, che permetterà livelli di immersione ancora più forti. In questo scenario, la cultura del trash, con la sua capacità di suscitare reazioni immediate e forti, potrebbe trovare nuovi sbocchi, ampliando il proprio bacino di utenza. Gli studi di Jenkins (2006) sulla convergenza dei media suggeriscono che i consumatori diventeranno sempre più produttori di contenuti (prosumer), favorendo ulteriormente la diffusione virale di fenomeni borderline.

8.3 Rischi di Strumentalizzazione
Un rischio evidente è che il trash venga strumentalizzato da politici, aziende o influencer in cerca di visibilità facile. Accaparrarsi un personaggio “forte” come testimonial può rivelarsi una strategia di marketing per raggiungere un pubblico ampio e poco fidelizzato. D’altro canto, chi produce contenuti trash potrebbe trovarsi invischiato in meccanismi di sfruttamento economico e mediatico, senza un reale beneficio a lungo termine. Occorrono quindi analisi critiche che vadano oltre la superficie, per capire chi guadagna davvero da questi fenomeni di massa.

8.4 Ripensare il Valore Culturale
Il dibattito su cosa sia “cultura” e su cosa sia “spazzatura” non è affatto chiuso. Ogni epoca ha ridefinito i propri canoni e molte opere artistiche un tempo considerate di scarso valore sono state poi rivalutate. Se il trash di oggi sarà la “cultura popolare” di domani è una domanda aperta, ma la storia culturale ci insegna a non sottovalutare la capacità di certi prodotti di lasciare tracce significative nel tessuto sociale. È necessario, dunque, un approccio critico che sappia contestualizzare, senza semplificazioni, ciò che oggi consideriamo “di cattivo gusto”.

8.5 Prospettive di Ricerca Accademica
La figura di Rita De Crescenzo, proprio perché offre un caso di studio ricco di contraddizioni – popolarità, stigma, identità subalterna e potere mediatico – potrebbe costituire un interessante oggetto di ricerche accademiche interdisciplinari. Gli antropologi potrebbero condurre etnografie nelle comunità di fan, i sociologi potrebbero indagare le reti di socialità che si formano intorno ai suoi contenuti e gli psicologi potrebbero analizzare gli effetti di identificazione e di catarsi. Una prospettiva integrata, che consideri anche gli aspetti economici e politici, potrebbe fornire un quadro ancora più completo di questo affascinante e controverso fenomeno.

Conclusioni

Il fenomeno Rita De Crescenzo e, più in generale, la cultura del trash, si prestano a molteplici letture e interpretazioni, che attraversano campi disciplinari come la psicologia sociale, l’antropologia culturale e la sociologia. Nel corso di questo lungo saggio, abbiamo visto come il trash non sia semplicemente un prodotto culturale di scarsa qualità, ma un vero e proprio spazio simbolico in cui si intrecciano dinamiche di appartenenza, riconoscimento, riscatto e catarsi collettiva.

  1. Dimensione Antropologica: Il trash, specie in un contesto come quello napoletano, rivela radici profonde in tradizioni di teatralità, ironia dissacrante e tensione continua tra marginalità e rivendicazione identitaria. La “cultura dominata” teorizzata da Bourdieu trova qui un esempio concreto, in cui l’eccesso performativo sfida i canoni imposti dall’alta cultura.
  2. Psicologia Sociale e Identificazione: L’ascesa di Rita De Crescenzo si può leggere attraverso le lenti delle teorie dell’identificazione sociale e delle relazioni parasociali. Il bisogno di appartenenza e di riconoscimento porta molti individui a vedere in lei un simbolo positivo o perlomeno un’occasione di riscatto simbolico. Al contempo, le critiche violente che riceve rivelano i meccanismi di distinzione sociale e di stigmatizzazione verso chi non rientra in determinati standard di legittimità culturale.
  3. Catarsi e Intrattenimento: Il trash svolge una funzione catartica, liberando energie emotive represse. Come nelle feste di inversione studiate da Victor Turner, le regole e le gerarchie vengono temporaneamente sospese, offrendo un piacere legato all’eccesso e alla trasgressione simbolica. Persino l’ironia involontaria o l’apparente “cattivo gusto” possono esercitare una forte attrattiva su pubblici eterogenei.
  4. Elitismo e Distinzione: La condanna del trash spesso esprime un atteggiamento elitario che si basa su pregiudizi di classe e di capitale culturale. Definire un contenuto come “spazzatura” diventa un modo per legittimare la propria superiorità e per stigmatizzare intere fasce di popolazione che trovano in quell’estetica una forma di auto-rappresentazione.
  5. Contesto Sociologico: Le periferie napoletane – e più in generale le periferie urbane – sono luoghi di marginalizzazione, ma anche di intensa produzione culturale. Figure come De Crescenzo incarnano il desiderio di visibilità e di riconoscimento di comunità che raramente ottengono spazio nei media tradizionali.
  6. Costruzione dell’Identità Online: I social media hanno rivoluzionato le strategie di costruzione della fama, creando dinamiche di micro-celebrità e premiando contenuti capaci di generare reazioni forti. L’identità di De Crescenzo si nutre di questa logica, assumendo una forma ibrida tra persona reale e personaggio mediatico.
  7. Cultura Neomelodica: Il neomelodico, di cui De Crescenzo è esponente, ha radici storiche e sociali ben precise. Al di là delle critiche estetiche, esso rappresenta un universo di valori, di esperienze e di sentimenti condivisi, soprattutto nei contesti popolari di Napoli.
  8. Prospettive Future: Il trash non è un fenomeno destinato a scomparire, perché risponde a bisogni antropologici e psicologici profondi. Tuttavia, merita di essere analizzato con strumenti critici che vadano oltre la superficiale condanna o l’altrettanto superficiale esaltazione. È necessario un approccio interdisciplinare, in grado di cogliere le molte sfumature di un fenomeno che, nel bene e nel male, riflette le tensioni e le aspirazioni di una società in trasformazione.

In definitiva, Rita De Crescenzo è più di un semplice personaggio virale: è il sintomo di una convergenza storica, sociale e mediatica. Da un lato, l’esigenza di emancipazione e visibilità di chi abita le periferie culturali e geografiche; dall’altro, l’iperconnessione digitale, che rende possibile un successo istantaneo e “dal basso”. Se consideriamo il trash come uno specchio della società, anziché come un semplice difetto, esso ci restituisce l’immagine di un Paese in cui le distanze culturali e sociali sono ancora profonde, ma in cui esiste – almeno teoricamente – la possibilità di ridisegnare i confini di ciò che è considerato legittimo o “di valore”.

Sia che lo si condanni sia che lo si difenda, il fenomeno De Crescenzo solleva questioni rilevanti: su come definiamo il valore culturale, su chi abbia l’autorità di stabilire il canone estetico, su come i social media stiano ridefinendo i processi di costruzione dell’identità e della celebrità. In un’epoca in cui la popolarità è spesso la moneta di scambio più importante, capire le logiche profonde che sostengono il successo “trash” significa comprendere meglio le trasformazioni in atto nella nostra società.

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Ps. Auguri David Gilmour.

Su Classe Sociale e Capitale Culturale

Le classi sociali culturali sono una lente interessante attraverso cui osservare la stratificazione sociale, perché non si basano esclusivamente su reddito e patrimonio, ma su stili di vita, capitale culturale e accesso alla conoscenza. Pierre Bourdieu, uno dei sociologi più influenti su questo tema, ha descritto come il potere non si eserciti solo attraverso il denaro, ma anche attraverso il capitale culturale: istruzione, gusti, abitudini e reti sociali che determinano la posizione di un individuo nella società.

Oggi, possiamo identificare alcune classi sociali culturali emergenti:

L’élite culturale e cosmopolita

Questa classe possiede alto capitale culturale, con istruzione elevata e accesso a reti di potere intellettuale e artistico. Non sempre è la più ricca in termini economici, ma detiene un forte potere simbolico e influenza i discorsi pubblici. Tipicamente:

  • Lavora in accademia, editoria, media, arte, cultura o startup tech con un’aura intellettuale.
  • Ha una mentalità cosmopolita, parla più lingue, viaggia molto.
  • Consuma cultura “alta” e “di nicchia” (film d’autore, libri difficili, teatro sperimentale).
  • È socialmente progressista, anche se spesso scollegata dai problemi materiali delle classi più basse.

La borghesia culturale media

È la vecchia classe media intellettuale, con una formazione solida ma senza il prestigio delle élite. Professoresse, professionisti, piccoli imprenditori culturali e creativi che:

  • Sono istruiti, ma lavorano spesso in settori non redditizi.
  • Consumano cultura “colta” ma accessibile (serie TV di qualità, podcast divulgativi, romanzi di successo ma non commerciali).
  • Sono progressisti, ma spesso con un certo snobismo verso la cultura pop.

I nuovi intellettuali precari

Un fenomeno recente è la crescita degli intellettuali precari, laureati e iper-formati che non riescono a entrare nelle classi superiori e si ritrovano in condizioni lavorative fragili (docenti sottopagati, giornalisti freelance, creativi senza stabilità).

  • Hanno un capitale culturale altissimo ma nessun capitale economico.
  • Sono spesso iper-specializzati ma sfruttati in lavori sottopagati.
  • Si trovano in una contraddizione: culturalmente fanno parte dell’élite, economicamente stanno scivolando nel precariato.

La classe popolare con cultura “ibrida”

Non è vero che le classi popolari non hanno cultura: hanno una cultura diversa, spesso più pragmatica e basata su media e intrattenimento accessibili.

  • Guarda reality show, segue influencer, ama il calcio e la musica popolare.
  • Ha una cultura più orale e visuale che scritta.
  • Spesso rifiuta la cultura “alta” perché percepita come elitaria e distante.
  • Può avere atteggiamenti ribelli verso le classi colte, ma subisce spesso la loro influenza nei trend culturali.

La cultura algoritmica e l’infodemia digitale

Oggi emerge una nuova stratificazione culturale basata non più solo su classe e istruzione, ma su come si consuma l’informazione. Gli algoritmi digitali stanno creando nuove divisioni:

  • Chi ha strumenti per decodificare il mondo e navigare l’infodemia (élite culturale e borghesia intellettuale).
  • Chi è sommerso da contenuti di bassa qualità e fake news (classe popolare digitale).
  • Chi è completamente disconnesso o rimane ai margini del discorso culturale.

La cultura come nuova frontiera della disuguaglianza

Oggi il capitale culturale è una moneta tanto potente quanto quella economica: chi possiede conoscenza, accesso ai network e capacità critica ha più possibilità di emergere e difendersi dal declino sociale. Ma il rischio è che si crei una bolla culturale, in cui le élite parlano solo a sé stesse, mentre il resto della popolazione vive una realtà culturale sempre più distante.

Insomma, il divario non è solo tra ricchi e poveri, ma tra chi possiede gli strumenti per interpretare il mondo e chi è lasciato ai margini della conoscenza.

Dalla Classe Media alla Neo-Aristocrazia Digitale

Il declino della classe media e l’ascensione del “precariato”

La gig economy ha eroso le certezze della classe media tradizionale. Un tempo, il lavoro salariato garantiva stabilità economica e mobilità sociale. Oggi, il lavoro a chiamata, le collaborazioni senza tutele e il lavoro autonomo sotto ricatto (Uber, Deliveroo, freelance sottopagati) hanno creato un precariato permanente, ossia una massa di lavoratori senza stabilità, senza welfare e con una mobilità sociale bloccata.

La conseguenza è che la classe media si sta spezzando: da una parte chi è riuscito a mantenere lavori “tradizionali” con contratti stabili e benefici, dall’altra una nuova sottoclasse che ha lavori incerti e un futuro economico instabile. Questo “precariato” somiglia molto al proletariato ottocentesco, ma con una differenza: invece di essere sfruttato in fabbrica, è atomizzato, isolato e costretto a competere con altri precari.

Il capitalismo finanziario e la separazione tra chi lavora e chi possiede

Se nell’800 il conflitto principale era tra borghesia e proletariato, oggi il vero divario è tra chi lavora e chi possiede capitali. Il capitalismo finanziario ha reso il capitale scollegato dal lavoro: chi possiede azioni, immobili, criptovalute o asset digitali guadagna senza produrre nulla, mentre chi lavora spesso non riesce nemmeno ad accumulare risparmi.

  • Il rentier (chi vive di rendita) è tornato in auge: una minoranza che possiede case, aziende, asset finanziari e lascia che il denaro lavori per loro.
  • Gli stipendi reali (corretti per l’inflazione) stagnano o calano, mentre i guadagni da capitale crescono esponenzialmente. Questo significa che chi non ha ereditato nulla o non ha potuto investire si trova sempre più escluso dalla possibilità di accumulare ricchezza.

La classe dirigente non è più solo quella industriale, ma è composta da una super élite finanziaria e tecnologica che decide i destini dell’economia globale senza alcuna responsabilità democratica.

L’élite tecnologica: una nuova aristocrazia

Le élite tecnologiche (Silicon Valley, startup miliardarie, fondi venture capital) hanno cambiato la dinamica del potere. Se prima l’élite era composta da politici, banchieri e grandi industriali, oggi le decisioni cruciali vengono prese da un pugno di CEO di Big Tech che:

  • Possiedono e gestiscono le infrastrutture digitali (Google, Amazon, Apple, Microsoft, Meta);
  • Controllano la comunicazione globale (social media, piattaforme di informazione);
  • Stanno sperimentando un capitalismo privato, scollegato dagli Stati (criptovalute, AI, space economy).

Questa nuova aristocrazia ha caratteristiche simili a quella feudale:

  • Vive in spazi separati (Silicon Valley, città esclusive, residenze ultra-private);
  • Si muove su circuiti esclusivi (Davos, TED, circoli finanziari);
  • Ha una visione del mondo tecno-elitista: crede di poter risolvere i problemi del mondo con soluzioni tecnologiche, senza bisogno di democrazia o redistribuzione della ricchezza.

Il ritorno delle caste?

Alla fine, il sistema attuale sta ricreando una struttura quasi neofeudale:

  • Una super élite tecnologico-finanziaria che vive in un mondo separato con immense ricchezze.
  • Un ceto medio sempre più fragile, che lotta per non scivolare nel precariato.
  • Un precariato diffuso, senza diritti, senza sicurezza e senza prospettive di ascesa sociale.
  • Un nuovo sottoproletariato globale, costituito da lavoratori delle supply chain mondiali, migranti sfruttati e lavoratori informali.

Il mito della “meritocrazia” ha smesso di funzionare: l’ascensore sociale è rotto, e oggi il principale indicatore del successo economico è dove sei nato e cosa hai ereditato, non quanto lavori o quanto sei capace.

Insomma, ci siamo liberati delle monarchie, ma rischiamo di finire sotto il dominio di una nuova aristocrazia digitale-finanziaria. Se questa tendenza non cambia, potremmo essere diretti verso una società con classi ancora più rigide di quelle del passato.

Il Paradosso dell’Automazione Cognitiva: Opportunità e Rischi per la Mente Umana

L’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa sta ridisegnando il modo in cui affrontiamo il lavoro intellettuale. La ricerca condotta dalla Carnegie Mellon e da Microsoft mette in luce un aspetto critico di questa evoluzione: la graduale atrofizzazione del pensiero critico nei cosiddetti “lavoratori della conoscenza” (Zhang et al., 2023). Il fenomeno del “cognitive offload”, ovvero la delega progressiva delle funzioni cognitive a strumenti esterni, rischia di modificare radicalmente il ruolo della mente umana, trasformandola da protagonista attiva del pensiero a semplice supervisore di output generati da macchine (Cabitza, 2023).

L’Illusione della Facilità e il Pericolo della Dipendenza

Dal punto di vista psicologico, la delega del ragionamento a un’entità esterna non è un fenomeno nuovo. Ogni innovazione tecnologica porta con sé una ridefinizione delle competenze umane. Tuttavia, la questione centrale non riguarda solo la perdita di capacità cognitive, ma il cambiamento del nostro rapporto con la conoscenza. Se ci affidiamo indiscriminatamente all’AI come “autorità epistemica”, corriamo il rischio di non sviluppare più un pensiero autonomo e critico, riducendoci a validatori passivi di contenuti generati (Cabitza, 2023).

Questo meccanismo ha implicazioni profonde sulle nostre strutture cognitive. Il pensiero critico si sviluppa attraverso la pratica e la continua esposizione a problemi da risolvere. Se l’AI si assume il compito di generare risposte, mentre il nostro ruolo si riduce a confermare o rifiutare tali risposte, stiamo erodendo la nostra “muscolatura cognitiva”. Senza l’esercizio quotidiano del giudizio e della creatività, rischiamo di trovarci impreparati quando il sistema, inevitabilmente, fallisce o non offre risposte adeguate.

Dalla Paura alla Consapevolezza: L’Intelligenza Ibrida

Nonostante il rischio di regressione cognitiva, la storia ci insegna che l’uomo ha sempre trovato un modo per adattarsi alle nuove tecnologie, come dimostrano le critiche antiche alla scrittura riportate da Platone nel Fedro (Platone, 370 a.C.). Il vero punto non è demonizzare l’AI, ma sviluppare una relazione consapevole con essa. In questo senso, l’approccio suggerito dal professor Federico Cabitza – un’interazione consapevole con la macchina – diventa cruciale (Cabitza, 2023).

La soluzione non sta nel rifiutare l’innovazione, bensì nel promuovere un modello di “intelligenza ibrida” in cui l’AI resta un supporto e non un sostituto del pensiero umano. Questo richiede un’educazione mirata alla gestione dell’automazione, un rafforzamento delle competenze metacognitive e un uso strategico degli strumenti digitali per amplificare il nostro potenziale, anziché soffocarlo.

Conclusione: Coltivare l’Umanità nell’Era dell’AI

L’AI generativa rappresenta una delle innovazioni più potenti della nostra epoca, ma la sua adozione indiscriminata potrebbe portarci a una passività intellettuale pericolosa. La sfida che abbiamo di fronte non è solo tecnologica, ma profondamente psicologica ed educativa: come possiamo integrare questi strumenti senza perdere la nostra capacità di pensare? La risposta sta nell’equilibrio tra automazione e coscienza critica, in una relazione tra uomo e macchina basata sulla complementarità, non sulla sostituzione. L’intelligenza artificiale non deve diventare il nostro pensiero, ma il catalizzatore di una mente umana più agile, profonda e capace.

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Multi Dimensional awakening

Il tempo non esiste, esistono gli orologi!

Gli orologi ti convincono che il tempo sia una costruzione dell’immaginazione umana! Ma pensi davvero che lo spazio abbia un tempo? O credi piuttosto che nello spazio esistano cicli?

Il risveglio multidimensionale

Il concetto di tempo come linea retta che scorre da un momento all’altro limita il potere della coscienza e della creazione. Impone alla mente una condizione di rigidità, facendole credere di essere soggetta a una forza immutabile, inaccessibile, inevitabile. Eppure, la coscienza è il principio fondamentale della creazione. Il tempo non è altro che una sua caratteristica, e si manifesta nei parametri della consapevolezza.

Quando si sperimenta la realtà senza tempo – attraverso stati alterati di coscienza, esperienze di pre-morte, intuizioni mistiche o illuminazioni che rivelano l’unità del tutto – si accede a una dimensione più ampia, dove ogni essere è connesso e l’esistenza diventa infinita. I limiti imposti dal tempo nella realtà tridimensionale vengono superati da un ordine superiore. Il tempo non è più percepito come una risorsa che si consuma e svanisce, ma come un’energia eterna, ciclica, che non si perde mai. Non potrai più pensare al tempo come a una merce di consumo, come un calendario in cui i giorni passano e svaniscono per sempre.

L’illusione di poter ridurre la realtà a una sequenza lineare è un inganno della mente. In verità, sei sempre immerso nell’intero flusso dell’esistenza, e il tempo non è il padrone della realtà: è solo un’espressione della coscienza all’interno di questo sistema dimensionale. In una realtà multidimensionale, il tempo non ha la stessa rigidità: è solo il riflesso della consapevolezza dello spirito e della sua scelta di espandersi dentro una determinata esperienza.

Essere un essere multidimensionale significa esistere in un diverso paradigma spazio-temporale, un quadro eterno, un regno senza tempo, o addirittura essere padrone del tempo, invece di esserne soggetto. Concetti del genere sono difficili da afferrare con la sola mente razionale: finché non si sperimenta la multidimensionalità, non è possibile comprenderne la vera essenza.

Nel momento che chiami adesso, la tua mente separa gli eventi, le memorie e le aspettative per costruire una prospettiva della realtà. Ma puoi sempre rivivere, ridefinire e reinterpretare gli eventi, ottenendo una nuova visione di ciò che hai vissuto.

Ci sono aspetti della tua vita che vuoi comprendere meglio, e così, in questa dimensione di spazio e tempo, concentri la tua energia. Ciò che ancora non conosci ma desideri sperimentare si manifesta attraverso il desiderio, l’emozione e l’intenzione: ed è questo che dà forma alla linea temporale. Il tempo non è altro che un’intersezione tra esperienza ed emozione. L’energia della coscienza si espande attraverso questa interazione, permettendo una crescita e un approfondimento della consapevolezza.

Il tempo sta accelerando?

Ti sei mai chiesto perché il tempo sembra scorrere più velocemente? È una sensazione diffusa: le giornate sembrano più brevi, i mesi passano in un soffio. Ma è davvero il tempo a scorrere più veloce? Se il tempo fosse un’entità fissa e oggettiva, indipendente dalla nostra percezione, non potrebbe accelerare. Eppure, la nostra esperienza suggerisce il contrario.

Il motivo sta nel cambiamento. Il tempo, per come lo concepiamo, è legato al mutamento delle cose: ogni cosa nasce, cresce, invecchia e muore. Questo è il principio fondamentale della trasformazione. E se il cambiamento diventa più intenso e concentrato, il tempo sembra accelerare.

Forse, il mondo sta cambiando più rapidamente rispetto al passato? E nei prossimi momenti cambierà ancora più velocemente, dando l’impressione che il tempo corra sempre di più?

Le menti capaci di percepire oltre la realtà ordinaria – quelle che chiamiamo psichiche – riescono a vedere al di là delle barriere temporali, cogliendo eventi futuri come possibilità già esistenti. Questi stati di coscienza si manifestano accedendo ad altre dimensioni, dove il tempo non ha lo stesso significato che ha per noi.

Essere multidimensionali significa andare oltre i limiti imposti dal tempo, attraversare il velo dell’illusione e liberarsi dall’accordo collettivo che ci lega a questa percezione lineare del tempo.

L’unità e l’eternità

Nel momento in cui si supera questa illusione, si accede a un’esperienza senza tempo, dove il qui e ora è tutto, e tutto è connesso. Questa è la consapevolezza mistica: comprendere che ogni cosa è già realizzata, che il passato e il futuro sono solo manifestazioni della coscienza in divenire.

Non serve più muoversi in avanti per raggiungere qualcosa: la pace e la pienezza sono già qui, nel presente. Meditazione, creazione, desiderio, emozione, attesa, gioia, estasi, divinità – tutto converge nella consapevolezza dell’unità.

Aprirsi alla coscienza multidimensionale significa accedere a una realtà in cui il tempo non è più una gabbia, ma un flusso infinito di possibilità. Oltre il velo della percezione ordinaria, si trova un universo di pace, amore e abbondanza illimitata, in contrasto con la prospettiva limitata del mondo tridimensionale fatto di caos e confusione.

La mente condizionata dal tempo crede che dolore, errore e incertezza siano realtà insormontabili. Ma l’anima multidimensionale sa che questi sono solo ostacoli temporanei, esperienze necessarie per ricordare la saggezza delle dimensioni superiori.

Ogni scelta che hai fatto ti ha portato fin qui, a questo momento. E ora, mentre la manifestazione di una nuova realtà si avvicina, sei chiamato a diventare l’essere che hai sempre saputo di essere, fin dall’inizio.

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