Cardux’s Car Toolbox (v1, diciamo)

Tutto è nato da un’esigenza concreta: stavo cercando la mia prossima auto. Come molti, sono partito da Autoscout24. Il portale è ottimo e pieno di filtri, ma mi sono scontrato presto con un limite. I risultati vengono presentati come una lista sequenziale, ottima per scorrere i singoli annunci, ma decisamente poco efficace se l’obiettivo è fare un’analisi di mercato più approfondita.

Il mio interesse era rivolto in particolare alla Mazda MX-5, un’auto iconica che attraversa quattro generazioni: la NA (1989-1997), la NB (1998-2005), la NC (2005-2015) e la ND (dal 2015 a oggi). Ogni modello ha prezzi che variano non solo in base alla generazione, ma anche all’anno specifico di produzione. Volevo capire, dati alla mano, quale fosse il modello statisticamente più vantaggioso e come si muovessero i prezzi medi sul mercato. In poche parole, volevo trasformare quella lista infinita di annunci in dati aggregati e facili da leggere.

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  1. Dawn or midnight?
  2. Ocean or mountain?
  3. Silence or noise?
  4. Order or chaos?
  5. Heat or cold?
  6. Building or dismantling?
  7. Depth or speed?
  8. Solitude or intensity?
  9. Sharp edges or smooth curves?
  10. Truth or harmony?
  11. Holding or releasing?
  12. Pressure or freedom?

La Sindrome dell’Impostore

Avere successo e, al tempo stesso, sentirsi un bluff. Quante volte, dopo un traguardo importante, una vocina interiore sussurra: “Non me lo merito, sono solo fortunato” oppure “Prima o poi scopriranno che non sono all’altezza”? Se queste sensazioni suonano familiari, potresti aver sperimentato quella che in psicologia viene chiamata sindrome dell’impostore. Si tratta di un fenomeno sorprendentemente comune – alcune stime suggeriscono che fino al 70-80% delle persone proverebbero questi sentimenti almeno una volta nella vita – e può colpire chiunque, dagli studenti ai professionisti affermati. In questo articolo esamineremo in profondità cos’è la sindrome dell’impostore dal punto di vista psicologico, quali sono le sue cause e manifestazioni, il suo impatto sul benessere (specie per le donne in ambito lavorativo), le differenze di genere, i dati disponibili e i diversi “profili” psicologici in cui si può declinare. Vedremo inoltre esempi concreti e strategie efficaci per affrontarla, senza dimenticare alcune considerazioni pratiche per manager e aziende. L’obiettivo è fare chiarezza su questo fenomeno, per capire come riconoscerlo e superarlo, sia a livello individuale sia organizzativo.

Che cos’è la sindrome dell’impostore?

La sindrome dell’impostore (in inglese impostor syndrome o impostor phenomenon) è una condizione psicologica in cui persone anche molto competenti e di successo sono convinte, intimamente, di essere incompetenti o fraudolente. Chi ne soffre dubbia costantemente delle proprie capacità e attribuisce i risultati ottenuti a fattori esterni, come la fortuna, il caso o l’aiuto altrui, piuttosto che al proprio merito. Questo genera la paura persistente di essere “smascherati” come impostori, nonostante le evidenze di competenza dicano il contrario. È importante notare che non si tratta di un vero e proprio disturbo clinico: la sindrome dell’impostore non compare nei manuali diagnostici come il DSM-5 e non è considerata una patologia mentale, bensì un’esperienza psicologica diffusa. In un certo senso, è l’opposto del ben noto Effetto Dunning-Kruger (magari materiale per un altro articolo, in futuro…): mentre quest’ultimo porta persone con scarse competenze a sovrastimarsi, la sindrome dell’impostore fa sì che persone molto capaci si sottostimino sistematicamente.

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Rita De Crescenzo e la Cultura del Trash: Un’Analisi Psicologica e Antropologica del Fenomeno Mediatico Contemporaneo

Introduzione

Negli ultimi anni, il panorama mediatico italiano ha visto l’ascesa di numerose figure che incarnano la cosiddetta “cultura del trash”. Tra queste, una delle più emblematiche è Rita De Crescenzo, tiktoker e cantante neomelodica napoletana, il cui successo virale ha suscitato un ampio dibattito sull’impatto dei social media sulla cultura popolare. Il termine “trash” è spesso utilizzato in modo dispregiativo per indicare prodotti ritenuti di bassa qualità o di scarso valore culturale; tuttavia, la crescente visibilità di personaggi come De Crescenzo porta alla luce dinamiche culturali e sociali molto più complesse di quanto il semplice termine “spazzatura” possa suggerire.

Questo saggio si propone di analizzare approfonditamente, attraverso una lente interdisciplinare, il fenomeno De Crescenzo e la cosiddetta “cultura del trash”. Integreremo prospettive provenienti dalla psicologia sociale, dall’antropologia culturale e dalla sociologia, con l’obiettivo di comprendere non solo le ragioni dell’esplosione di popolarità di certe figure mediatiche, ma anche le loro funzioni sociali e psicologiche. Saranno inoltre evidenziati i meccanismi di identificazione, di costruzione dell’identità di gruppo e di legittimazione simbolica che concorrono al successo di tali fenomeni.

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Su Classe Sociale e Capitale Culturale

Le classi sociali culturali sono una lente interessante attraverso cui osservare la stratificazione sociale, perché non si basano esclusivamente su reddito e patrimonio, ma su stili di vita, capitale culturale e accesso alla conoscenza. Pierre Bourdieu, uno dei sociologi più influenti su questo tema, ha descritto come il potere non si eserciti solo attraverso il denaro, ma anche attraverso il capitale culturale: istruzione, gusti, abitudini e reti sociali che determinano la posizione di un individuo nella società.

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Dalla Classe Media alla Neo-Aristocrazia Digitale

Il declino della classe media e l’ascensione del “precariato”

La gig economy ha eroso le certezze della classe media tradizionale. Un tempo, il lavoro salariato garantiva stabilità economica e mobilità sociale. Oggi, il lavoro a chiamata, le collaborazioni senza tutele e il lavoro autonomo sotto ricatto (Uber, Deliveroo, freelance sottopagati) hanno creato un precariato permanente, ossia una massa di lavoratori senza stabilità, senza welfare e con una mobilità sociale bloccata.

La conseguenza è che la classe media si sta spezzando: da una parte chi è riuscito a mantenere lavori “tradizionali” con contratti stabili e benefici, dall’altra una nuova sottoclasse che ha lavori incerti e un futuro economico instabile. Questo “precariato” somiglia molto al proletariato ottocentesco, ma con una differenza: invece di essere sfruttato in fabbrica, è atomizzato, isolato e costretto a competere con altri precari.

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Il Paradosso dell’Automazione Cognitiva: Opportunità e Rischi per la Mente Umana

L’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa sta ridisegnando il modo in cui affrontiamo il lavoro intellettuale. La ricerca condotta dalla Carnegie Mellon e da Microsoft mette in luce un aspetto critico di questa evoluzione: la graduale atrofizzazione del pensiero critico nei cosiddetti “lavoratori della conoscenza” (Zhang et al., 2023). Il fenomeno del “cognitive offload”, ovvero la delega progressiva delle funzioni cognitive a strumenti esterni, rischia di modificare radicalmente il ruolo della mente umana, trasformandola da protagonista attiva del pensiero a semplice supervisore di output generati da macchine (Cabitza, 2023).

L’Illusione della Facilità e il Pericolo della Dipendenza

Dal punto di vista psicologico, la delega del ragionamento a un’entità esterna non è un fenomeno nuovo. Ogni innovazione tecnologica porta con sé una ridefinizione delle competenze umane. Tuttavia, la questione centrale non riguarda solo la perdita di capacità cognitive, ma il cambiamento del nostro rapporto con la conoscenza. Se ci affidiamo indiscriminatamente all’AI come “autorità epistemica”, corriamo il rischio di non sviluppare più un pensiero autonomo e critico, riducendoci a validatori passivi di contenuti generati (Cabitza, 2023).

Questo meccanismo ha implicazioni profonde sulle nostre strutture cognitive. Il pensiero critico si sviluppa attraverso la pratica e la continua esposizione a problemi da risolvere. Se l’AI si assume il compito di generare risposte, mentre il nostro ruolo si riduce a confermare o rifiutare tali risposte, stiamo erodendo la nostra “muscolatura cognitiva”. Senza l’esercizio quotidiano del giudizio e della creatività, rischiamo di trovarci impreparati quando il sistema, inevitabilmente, fallisce o non offre risposte adeguate.

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Taranto.

Taranto, città di contrasti, si erge tra il mare e l’industria, un luogo dove il passato e il presente si intrecciano in un abbraccio spesso scomodo. Le sue strade raccontano storie di un tempo glorioso, quando la bellezza del suo porto era un faro per i navigatori. Oggi, il silenzio di alcuni angoli del borgo antico è interrotto solo dal rumore delle navi che passano, simbolo di un’economia che fatica a trovare il suo equilibrio.

Il castello aragonese, imponente e austero, osserva dall’alto il fluire della vita quotidiana, mentre il ponte girevole, con la sua meccanica precisa, rappresenta un collegamento tra le due anime della città: quella storica e quella moderna. Taranto è un luogo di memoria, ma non di nostalgia; è un invito a riflettere su ciò che è stato e su ciò che potrebbe essere, se solo si avesse il coraggio di abbracciare il cambiamento.

In questo contesto, il turismo rimane un miraggio, un potenziale inespresso che attende di essere colto. La bellezza di Taranto è palpabile, ma spesso invisibile agli occhi di chi non sa guardare oltre le apparenze. Qui, ogni pietra ha una storia da raccontare, ogni vicolo un segreto da svelare. Eppure, la città continua a lottare per trovare la sua voce in un mondo che sembra averla dimenticata.