Questo è un articolo di Riccardo Scandellari, tratto dalla sua Newsletter (che, mi accorgo adesso, non avere un nome, in totale controtendenza con gli standard; si rivela sempre un genio) nell’edizione del 6/2/2026. Questo testo ha risuonato molto con il mio pensiero, pertanto vorrei ricondividerlo integralmente anche sul mio sito. Skande, se ci sei, batti un colpo – anche per buttarmi giù questa appropriazione indebita!
La tua vita non è straordinaria
Hai mai chiesto alle persone cosa desiderano davvero dalla vita?
La risposta tende quasi sempre a scivolare verso i grandi traguardi. Parlano di riconoscimento pubblico, di ricchezza, di successi professionali evidenti, di libertà totale e di uno status da esibire. È una reazione comprensibile: siamo immersi in una cultura che ci ha insegnato a misurare il valore attraverso l’eccezionalità. Più qualcosa è raro, visibile, amplificabile, più sembra contare.
Ma se cambi prospettiva e fai un’altra domanda, il quadro muta radicalmente. Se agli stessi individui chiedi cosa ricordano con reale emozione a distanza di anni, le risposte si semplificano. Restano pochi elementi essenziali. Un pasto condiviso con gli amici. Un legame sincero. Un’abitudine che dava il senso alle giornate. Quella volta in cui si sono sentiti vivi e felici. È come se, col tempo, la vita si liberasse del superfluo e mostrasse ciò che ha davvero avuto un valore.
La struttura stessa della nostra cultura, alimentata da un marketing dell’eccesso, ci ha convinti che l’ordinario sia trascurabile. Qualcosa da attraversare in fretta, una zona grigia da superare per arrivare finalmente a ciò che vale davvero la pena. L’idea implicita è che la vita vera inizi più avanti, in un momento straordinario che ancora non abbiamo raggiunto. Nel frattempo, tutto ciò che è ripetitivo viene svalutato, ignorato e reso banale.
La tecnologia ha amplificato questa distorsione. Le metriche con cui misuriamo il successo filtrano le azioni comuni come se fossero scarti. Basta osservare i contenuti che dominano le piattaforme: estremi, controversi, scioccanti. Nessuno ottiene attenzione per il semplice fatto di vivere una giornata normale, a meno di trasformarla in spettacolo. Eppure è proprio lì, in quella normalità, che si svolge la parte più autentica della nostra esistenza.
La conseguenza è sottile ma profonda. Ci sentiamo costantemente in difetto. Come se mancasse sempre qualcosa. Come se fossimo in attesa di un vero inizio che tarda ad arrivare. Rendiamo invisibile ciò che è sacro proprio perché è ovunque.
Perché la mente insegue la novità e si annoia davanti alla ripetizione. Perché ci accorgiamo dell’importanza delle cose semplici solo quando le perdiamo. Chi ha attraversato un lutto lo sa bene: non mancano i grandi eventi, mancano la quotidianità, i sorrisi, i gesti minimi che tenevano insieme le nostre giornate.
I nostri nonni ne erano consapevoli. Proteggevano l’ordinario attraverso i riti. Piccole ‘strutture’ capaci di dare peso al tempo, di impedire che tutto scivolasse via. Un gesto ripetuto, una pausa condivisa, una regola semplice che trasforma un’azione qualunque in qualcosa che conta.
Oggi queste strutture si sono indebolite. Conserviamo pochi riti e lasciamo il resto alla distrazione. Senza una cornice, l’ordinario scompare. E con lui scompare anche il senso di continuità.
L’eccezionale ha il suo posto, ma poggia su fondamenta comuni. Nulla di importante nasce senza una lunga sequenza di gesti ripetuti. Ogni costruzione solida è fatta di parti che, prese singolarmente, sembrano insignificanti.
Per questo ho provato a darmi alcune regole semplici: proteggere i pasti dalle distrazioni, resistere alla tentazione di trasformare ogni istante in contenuto, accettare la ripetizione come un valore e non come un fallimento. Non c’è nulla di esaltante in tutto ciò, ed è proprio questo il punto.
Alla vita quotidiana non manca significato. Manca la nostra attenzione. Continuiamo a cercare qualcosa di più impressionante e poi ci stupiamo se tutto ci appare superficiale. La vita non sta aspettando di iniziare altrove. È già qui, nel tempo ordinario che ci appartiene. Sta a noi riconoscerlo prima che diventi solo una vaga memoria.