Come ammazzare il capo… 2 (2014)

Nick, Kurt e Dale hanno deciso di diventare i capi di loro stessi. Il brevetto del “doccia amico” dovrebbe fare al caso loro. Malgrado una vergognosa presentazione in televisione, l’affare sembra infatti concretizzarsi, quando un miliardario dell’industria commissiona loro una prima tiratura di 100 000 pezzi. Peccato che sia un tiro mancino. Per non finire rovinati, i nostri ipotizzano di rapire il figlio del magnate, il presuntuoso Rex, salvo poi lasciar cadere l’idea. Allora, però, è lo stesso Rex a imporre loro il suo rapimento, per ricattare il padre. Le cose si complicano ulteriormente quando tornano in scena Giulia, la dentista ninfomane che non ha rinunciato all’idea di possedere il recalcitrante Dale, FottiMadre, mentore criminale e fatina buona, e soprattutto il meschino Harken, ex capo di Nick, che la prigione non ha certo ammorbidito.
Malgrado il cambio in sede di regia, la continuità tra il capitolo inaugurale e il sequel è evidente, al punto che ci si potrebbe considerare in presenza di un unico film, non fosse che nient’altro uccide una commedia più sistematicamente che tirarla troppo per le lunghe. Gli sceneggiatori hanno quanto basta loro in termini di materiale comico: un trio di personaggi azzeccati e di attori ben rodati, visibilmente ispirato alla compagnia di Una Notte da Leoni, dove la follia pura di Zac Galifianakis è però sostituita da quella più leggera di Charlie Day. E a dare l’idea di questa leggerezza è proprio il gas esilarante che, innescato per errore, dà luogo ad una delle scene più emblematiche del film: quella dell’armadio in casa di Rex. Si ride facile, insomma, ma si ride per forza.
La formula è quella picaresca che risale a Mark Twain (Tre uomini …), patriarca che viene non a caso citato, a proposito di un travestimento mal riuscito di Kurt. L’ingrediente segreto, però, quello che fa il brand del film, segue i puntini: tre uomini … e un progetto criminale rovinosamente fallimentare. I tre medio-men, per i quali funziona la legge antifisica secondo la quale l’unità non accresce la forza dei singoli ma ne rosicchia l’intelligenza, s’imbarcano in un piano folle, palesemente incongruo rispetto alle loro doti di natura e cultura sotto ogni punto di vista, qui persino contrario alla loro volontà. Si aggiunga un cospicuo numero di battute e il dopocena è servito.
Certo, il tema “sociale” della vessazione in ambito professionale e dei suoi terribili effetti sulla vita privata degli antieroi viene sbrigativamente accantonato, lasciato solo al titolo come ricordo e marchio di fabbrica, e il personaggio di Kurt finisce per raddoppiare quello di Dale (mentre poteva essere sfruttato con più autonomia), ma lo scopo è raggiunto, lo spirito conservato, il divertimento pure.

La vita è bella (1997)

Quando a Dumas père era mossa l’accusa di violentare la Storia, il sagace romanziere si scagionava obiettando che dai suoi atti di violenza nascevano dei bei bambini. Un’osservazione simile si potrebbe rivolgere ai puristi e a quanti storcono il naso di fronte a La vita è bella. Il film di Benigni infatti non è una pedante ricostruzione manualistica, ma una storia nella Storia, una favola moderna costruita sullo sfondo di una delle più drammatiche pagine che l’umanità ricordi.
Guido, un giovane ebreo amante della vita e della poesia, si reca ad Arezzo con l’amico Ferruccio in cerca di lavoro. Si fa assumere come cameriere dallo zio Eliseo, che gestisce il Grand Hotel, e s’innamora di Dora, un’insegnante promessa sposa all’antipatico fascista Rodolfo. Con l’esuberanza e l’allegria del suo carattere, riesce a vincere le reticenze della maestrina, e a sposarla. Sei anni dopo, probabilmente denunciato dalla suocera che non ha mai digerito il matrimonio, Guido è deportato in un campo di concentramento con lo zio Eliseo e col suo figlioletto, il piccolo Giosuè, mentre Dora, pur non essendo ebrea, decide di seguirli di sua iniziativa.
È l’inizio della tragica avventura di un padre che, per proteggere il figlio dalla realtà, maschera l’intero dramma della prigionia dietro la ridente facciata di un appassionante gioco a punti; di un marito che, vincendo la lontananza fisica, cerca di restare vicino all’amata moglie; di un uomo, che è disposto veramente a tutto, anche al personale sacrificio, pur di difendere ciò che ha di più caro. Sino alla prova conclusiva, che nella fantasia di Giosuè assume i connotati di una lunga partita a nascondino, prima dell’assegnazione dell’ambito premio finale.
Da un punto di vista strettamente razionale, La vita è bella è un film ricco di punti deboli: anacronismi a volontà (l’espediente del gioco a punti, per dirne uno, somiglia molto alla più recente logica del videogame), inverosimiglianze che sfociano nell’assurdo, situazioni melense e semplicistiche che mettono a dura prova la credibilità del racconto. Per tacere il sotteso buonismo e la retorica che trapela in alcune sequenze. Ma l’insidia di uno sciropposo melodramma è superata da un’insolita carica emotiva. L’intera storia è attraversata dalla forza di una poesia, sorretta dall’incantevole commento musicale di Nicola Piovani, che trascende le incoerenze dello script, spingendo lo spettatore a guardare ben oltre le apparenze, e persino oltre la spesso sopravvalutata sfera del pensiero.
È un poema sulla vita, sull’amore, sulla famiglia, e profonda in questo senso è l’intesa umana, oltre che professionale, tra Benigni e il piccolo Cantarini, non dimenticando quella altrettanto notevole tra il protagonista e la Braschi, che portano sul set l’autenticità di un rapporto collaudato dalla vita stessa. Deciso è anche il tratteggio di alcune figure di contorno, come il già ricordato zio Eliseo, interpretato da un convincente Giustino Durano, e il curioso dottor Lessing, deus ex machina ridicolo e tragico, che da apparente angelo custode di Guido si rivela in tutta la sua impotenza, vittima non tanto del sistema, quanto di un cieco solipsismo che sospinge la vicenda nel suo risvolto più spiccatamente drammatico. Ma la grande rivelazione è proprio lui, Benigni, attore, regista, e uomo. Il film segna un solido spartiacque e insieme un momento di felice connubio tra il “comico puro” della prima produzione e “l’artista impegnato” della successiva, non solo sul piano strettamente cinematografico, ma su quello più generale di uomo di spettacolo.

Exodus – Dei e Re (2015)

Mosè e Ramses, futuro sovrano d’Egitto, sono allevati come fratelli da Seti, faraone illuminato che governa con saggezza la sua gente e difende i suoi confini con l’aiuto dell’esercito e la benevolenza degli dèi. In battaglia Mosè, raccolto dalle acque del Nilo da una principessa e cresciuto come un figlio da Seti, salva la vita a Ramses, principe irrequieto e complessato, che alla morte del padre e su consiglio della madre decide di esiliarlo. Le origini ebraiche di Mosè, rivelate dai saggi, che riconoscono in lui il profeta che libererà il loro popolo da una schiavitù lunga quattrocento anni, gli alienano la lealtà del fratellastro e lo conducono verso un destino più grande. Abbandonato nel deserto, Mosè trova soccorso tra le braccia di una donna araba e di un dio-bambino, che ‘arma’ il suo braccio contro Ramses e lo guida con gli ebrei fuori dall’Egitto e verso la Terra Promessa. Il faraone, ostinato e superbo, dichiara guerra a Mosè e al suo popolo, conducendo gli egiziani alla rovina sul fondo del Mar Rosso.

Full Metal Jacket (1987)

Un gruppo di giovani marines appena reclutati e duramente addestrati dal sergente Hartman con metodi brutali, parte per il Vietnam, dove sperimenta gli orrori della guerra nella battaglia intorno alla città di Hue. Una cruda denuncia della follia e della presunzione umana – tema dominante in Kubrick, sia che essa si eserciti nello spazio o sulla Terra – resa efficace dal realismo della scenografia (l’inquietante geometria della caserma e l’apocalittico teatro della battaglia) e dalla nitida fotografia.