Atesia, tempio della flessibilità

Atesia, cinquanta milioni di euro di giro d’affari, del gruppo Cos (Communication Services) è il più grande call center d’Europa. Ingoia tutti i giorni, come un vulcano in eruzione, 24 ore su 24, comprese le domeniche e il Natale, 4356 lavoratori, donne e uomini, senza né tute né caschi, che non timbrano cartellini, non hanno turni, ma entrano ed escono quando vogliono dal ciclope del lavoro flessibile. Il loro stipendio è una somma algebrica delle telefonate fatte e ricevute: 0,62 centesimi a squillo andato a buon fine, meno le trattenute. Un totale variabile, mai uguale.
I lavoratori di Atesia sono indefinibili, se non attraverso una categoria metafisica come la loro fabbrica. Post-operai. Chi fa l’apprendistato, e chi ha avuto un contratto di inserimento, di somministrazione, part-time. L’acronimo co.co.co (collaboratori coordinati e continuativi) è stato archiviato e adesso si parla di lap, lavoratori a progetto. Una babele di nomi che può essere sbrogliata soltanto evocando la funzione: in Italia 250mila persone passano le loro giornate a rispondere al telefono con la parola magica “pronto”. Tutto qui. Alla metamorfosi lessicale si accompagna, come l’onda che monta in mare aperto, un mutamento di aspettative, status, punti di partenza e di arrivo del post-operaio rispetto a generazioni di lavoratori cresciuti nelle catene di montaggio. Precario o lavoratore flessibile, argonauta che insegue opportunità e naufrago alla disperata ricerca di un nuovo approdo professionale: i branchi dei lavoratori Atesia si incrociano in questo continuo divenire di identità e di aspirazioni.
Morena piazza schede telefoniche, cura le informazioni di una società di carte di credito, risponde alle chiamate al 119. A fine mese porta a casa circa 1200€ netti. Per Morena, l’Atesia rappresenta già un traguardo raggiunto, l’indipendenza economica, in attesa di un futuro che verrà. Anita, invece, a trent’anni è stata travolta dalla liquidazione di una società di informatica, dove aveva il posto fisso, una buona busta paga e i contributi versati all’Inps per la pensione. Quando si è trovata senza lavoro, Anita ha fatto circolare il suo curriculum alla ricerca di una nuova occupazione, ma nessuna porta si è aperta. Poi si è rassegnata: meglio il call center. Oggi risponde alle telefonate dei clienti di una grande azienda alimentare, rincorre gli abbonati della tv satellitare, seduce quelli che chiamano per un nuovo contratto per il cellulare. E’ avvilita di fronte all’incertezza, e certo non si aspettava, per il mese di agosto, un compenso di 6,80€. Ma l’estate, le hanno spiegato, è una stagione nera per il cottimo telefonico. E il padrone? Si chiama Alberto Tripi, 65 anni, e in poco tempo ha cambiato la sua vita: da ricco manager (una carriera tutta Ibm da cui si è dimesso nel 1983) a re Creso dei call center, con l’obiettivo di diventare il numero uno in Italia nel settore Ict. In pochi anni è riuscito ad aprire 10 call center in tutto il mondo, da Milano a Palermo, passando per Tunisi e Bucarest, e la sua Atesia è diventata il simbolo, nel bene e nel male, del lavoro precario. “Il lavoro nei call center – dice Tripi – è flessibile per definizione e nessuna legge del mondo può modificarlo. Piuttosto, se in Italia diventerà impossibile svolgere questa attività, allora andremo tutti in Romania, dove migliaia di giovani trovano un’occupazione e nessuno si azzarda a mettere in discussione una fabbrica come l’Atesia”. Il tempo metafisico del lavoro flessibile, il nuovo baricentro dell’economia è Roma, dove le statistiche segnalano che grazie al boom dei servizi, negli ultimi cinque anni, il Pil è cresciuto del 6%. Tre volte più di Milano.

[Galdo 2007, pp. 123-129, con adattamenti]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *