L’ultima di Del Piero
Tiro, ciufff...gooool!
Una pennellata alla Pinturicchio, disegnata con cura, desiderata, concessa volutamente dal destino. Lo stadio trema, gli occhi del Capitano parlano. Oggi il gol "alla Del Piero" ha un sapore particolare, un mix tra gioia e tristezza. Il Capitano non esulta tanto, ha la faccia triste ed avvilita, nel momento in cui tutti sono euforici.
L'arbitro fischia! No, né per un rigore, né per un fallo, né per una punizione, solamente per un cambio chiamato dalla Juventus. Il display mostra il numero 10 (a fianco al 7). Per Alessandro Del Piero arrivato il momento di uscire dal campo dello Juventus Stadium con la maglia della sua Juve, questa volta per sempre.
Dolore, commozione generale, e nodo alla gola. Il Capitano saluta compagni ed avversari, si dirige prima al centro del campo per inchinarsi al suo pubblico, e poi esce dal rettangolo verde, abbraccia l'amico Buffon, come un ideale passaggio di consegne e si siede in panchina. Si rialza per andare a salutare i suoi tifosi da vicino, si commuove e poi sorride. Sugli spalti si canta "C'è solo un capitano" con le lacrime che rigano il viso e non vogliono smettere di scendere.
La partita finisce, ora c'è la consegna sello scudetto, inizia la festa. Del Piero viene chiamato per ultimo, corre sulla passerella rossa, e va sul punto più alto del palchetto della premiazione. E' pronto per alzare la coppa, l'ultima in bianconero. La prende, la bacia, e con forza la alza così in alto tanto da arrivare quasi a toccare il cielo. I coriandoli scendono, le lacrime si mischiano ai sorrisi.
Il Capitano sorridente che alza l'ennesimo trofeo, non poteva che finire con questa meravigliosa fotografia, la sua storia d'amore con la Juventus.
Roberta Zambiachi
Psychologist’s Creed
e tu hai cominciato a darmi consigli
non hai fatto ciò che ti ho chiesto.
Quando ti ho chiesto di ascoltarmi
e tu hai cominciato a dirmi perché non avrei dovuto sentirmi in quel modo,
tu hai calpestato i miei sentimenti.
Quando ti ho chiesto di ascoltarmi
e tu hai sentito di dover fare qualcosa per risolvere i miei problemi,
per quanto strano possa sembrarti, hai sbagliato.
Ascolta! Tutto ciò che chiedo è che tu ascolti:
non parlare o fare, semplicemente ascoltami.
I consigli costano poco, con dieci centesimi hai Dear Abby e Billy Graham insieme
nello stesso giornale,
e posso farlo da solo, non ho bisogno di aiuto.
Quando fai per me cose che posso e desidero fare da solo, tu aumenti le mie paure
e le mie debolezze.
Ma, se accetti come un semplice dato di fatto che io provo ciò che provo,
non importa quanto irrazionale sia, allora io posso lasciarmi convincere da te e provare
a capire cosa c’è dietro i miei pensieri irrazionali.
E quando questo è chiaro, la risposta è evidente e non ho bisogno di consigli.
I sentimenti irrazionali hanno un senso quando capiamo cosa c’è dietro.
Forse è per questo che qualche volta, con certe persone, anche la preghiera funziona,
perché Dio è muto, non dà consigli e non cerca di stabilire gli eventi.
Egli semplicemente ascolta e ci lascia lavorare da soli per noi stessi.
Quindi, per piacere, stammi a sentire e semplicemente ascoltami. E se vuoi parlare
aspetta un minuto, quando toccherà a te;
e io ti ascolterò.
Ascoltare, Social work with groups newsletter.
Gli universitari: un’immagine condivisa?
Nella mia Facoltà di Psicologia, negli ultimi giorni, hanno affisso un po' dappertutto questo manifesto di un pub: CasIn Station (lungi da me avercela solo con questo pub o volergli fare pubblicità; la pagina facebook è un di più per farvi capire che grado di assurdità raggiunge questo locale).
The Ecstasy of Gold
In questo Lunedì dell'Angelo faccio una proposta: regaliamo al Maestro Morricone la Vita Eterna.
O, quanto meno, facciamolo risorgere una volta dipartito.
Amore, ti lascio per ragioni economico-organizzative
Amensa: «Alla tv dicevano che la ricetta è quella di favorire i licenziamenti per favorire le assunzioni». «Oh no, ci risiamo, sei incredibile…». «È una trovata tedesca, così diceva la tv». «Ma dai, questa è peggio di quella volta che ti sei comprato la panca che scolpisce gli addominali senza sforzo». «No, quella volta mi hanno fregato! Questo invece è un metodo certificato da fior di professori». «Senti, devi smetterla di passare la notte a fare zapping tra le tv locali». «Ma era il Tg1 delle 20!». «E che ci faceva Vanna Marchi al Tg delle 20?! Ok: volevamo uno più onesto di Minzolini, ma si poteva trovare di meglio». «Ma no, era il ministro del Lavoro. Spiegava che se aumenti la flessibilità in uscita in pratica riduci quella in entrata». «E scommetto che funziona anche contro il malocchio». «Dici?». «Senti, non puoi prendere per buono tutto quello che dice la tv! Non le avrai mica dato il tuo numero di carta di credito?». «Ti dico che era convincente! Spiegava che non si tratta di cancellare l’art. 18: nessuno potrà licenziare per motivi discriminatori ma solo per ragioni economiche o organizzative». «Quindi il datore di lavoro sarà libero di licenziare chiunque purché abbia l’accortezza di dire che è per ragioni economiche o organizzative? Del resto, quando ci vogliamo liberare di qualcuno, non gli diciamo mai che è perché non ci va più a genio. Ci hai fatto caso? Troviamo sempre delle scuse: “Sono io che sto passando un brutto momento”, “Devo stare un po’ per conto mio”, “Non ti merito”… ma penso che quello che dirò la prossima volta è: “Non che non ti amo, è per ragioni economico-organizzative”». «Tu sei troppo malfidato». «Me lo hai detto anche quando tentavo di spiegarti che eleggere un miliardario non ci avrebbe fatto diventare più ricchi». «Hai ragione. Però faceva davvero ricrescere i capelli». «Sì, i suoi».
Anche il Fidenza Village insegna qualcosa
Quest'oggi ero al Fidenza Village di Fidenza (PR).![]()
Ero lì per una camicia, approfittandone per fare un giro. Ho imparato qualcosa; il FV può insegnare qualcosa.
Entrare in un negozio, spendere 67€ (ma il prezzo di partenza, a quanto dicono, era 121€...), uscire, guardare la finestra di fronte con la nuova bella busta in mano, e scoprire che puoi acquistare camicia + cravatta allo stesso prezzo, oppure addirittura tre camicie a 99€.
Morale?
Osservare sempre prima tutto l'insieme, prima di fermarsi sul singolo!
Ps. un tantino gestaltiana questa affermazione...
Genitori permettendo. Perché la triade padre-madre-bambino è indispensabile.
La docente di psicologia sociale e psicologia dell’adozione, dell’affido e dell’enrichment familiare, Raffaella Iafrate, assieme allo psicologo Giancarlo Tamanza, hanno scritto un interessante articolo per «Vita e Pensiero», bimestrale culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ripreso integralmenteda “La Bussola Quotidiana”. Si sono soffermati in particolare sull‘importanza dell’avere entrambi i genitori, di sesso opposto. Dovrebbe essere una cosa normale e condivisa, eppure -dicono- «in un clima di individualismo e di relativismo, anche tale tema è ampiamente messo in questione». In particolare, la «forte instabilità coniugale, con conseguente diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono in discussione l’affermazione da sempre condivisa secondo la quale “un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma”».
Si chiedono allora: perché due genitori? E perché diversi?
Innanzitutto, occorre osservare che «tutta la letteratura psicologica metta da sempre in evidenza il ruolo differenziale delle due figure genitoriali, mostrando come madri e padri giochino ruoli e funzioni diversi e complementari nell’educazione dei figli e nella trasmissione di competenze e valori». Per crescere, «un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva». E’ necessaria una «compresenza di un“codice affettivo materno”, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa», fondamentali «per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale». Infiniti sono gli studio in cui si sottolinea l’importanza del legame di attaccamento con la madre, così come, «soprattutto negli studi più recenti, è stata enfatizzata la centralità dellafunzione paterna man mano che il figlio cresce». Numerosi gli studi che attestano anche come «in situazioni familiari peculiari caratterizzate dall’assenza di un genitore, o dalla carenza di una delle due funzioni genitoriali (specie con l’impallidimento della figura paterna, tipico del nostro contesto fondamentalmente “matrifocale”) si possano riscontrare non poche difficoltà, anche a lungo termine, per i figli».
I due psicologi mettono le mai avanti descrivono tre possibili obiezioni:
1) L’esperienza positiva di numerose famiglie in cui è venuta a mancare una figura genitoriale testimonia che, pur nella fatica, i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre.
2) La funzione “differenziante” può essere assunta anche da altre figure di riferimento, nonni, amici, reti di sostegno esterne, così come l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso con altri che non siano l’altro genitore.
3) Le funzioni materna e paterna sono sempre più spesso interscambiabili: madri che esercitano alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna.
Per rispondere a queste obiezioni, occorre però capovolgere la prospettiva dal punto di vista dei genitori a quello del figlio, dato che «le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica». Solo allora ci si rende conto che «il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali. La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista». Così come nasce da due “diversi”, così «il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale» che «gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità». Senza un’origine non c’è identità, tengono a precisare, e l’origine«non può che riguardare sia una madre sia un padre». La donna mette al mondo, ma non genera da sola: «perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre». È fondamentale che, anche nella crescita, «nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione».
Le ricerche sociologiche e psicosociali hanno da tempo messo in evidenza alcuni caratteri tipici della genitorialità contemporanea, che deriva poi da una mutazione culturale che a sua volta ha trasformato la strutturazione dell’identità personale, «segnata da un’accresciuta e ormai prevalente centratura sulla ricerca dell’affermazione individualistica del Sé e sulla prevalenza di istanze narcisistiche che inducono a una ricerca immediata e superficiale della soddisfazione personale». Questo ha due ripercussioni gravi sulle forme della genitorialità:
1) Figlio perfetto: ovvero l’accesso alla genitorialità risulta essere sempre più contrassegnato «da tratti di intensa idealizzazione e da elevatissime aspettative di conferma del proprio valore personale, tanto da rendere poco tollerabile e riconoscibile l’irriducibile scarto che l’unicità della realtà personale del figlio porta con sé». In parole semplici, «è sempre più diffuso il bisogno che il figlio sia conforme non solo all’immagine del “figlio desiderato”, ma che esso sostenga e confermi il senso che il diventare genitori assume nell’economia psichica del padre e della madre». Questo porta al voler vedere legittimato il “diritto alla genitorialità”, «inteso non più come possibilità o disponibilità dell’adulto ad accogliere un figlio, ma come opzione del tutto incondizionata e soggetta unicamente alla libera scelta dell’adulto». Questo, al posto che produrre un rafforzamento della posizione del genitore rispetto al figlio, «comporta in realtà anche un suo indebolimento, nel senso che amplifica gli aspetti di dipendenza del genitore nei confronti del figlio e riduce la sua capacità di porsi come guida autorevole, capace di tollerare le inevitabili frustrazioni e i conflitti che l’emergere dell’autentica e originaria realtà del figlio produce».
2) Qualità dei legami: essi sono «meno riconosciuti nella loro valenza di significazione e di vincolo, poiché ciò è avvertito come un ostacolo o un limite all’affermazione delle proprie istanze individuali», si nota un rafforzamento di«una visione sostanzialmente riduzionistica della realtà genitoriale, laddove continua ad attribuire un rilievo pressoché esclusivo al determinismo intrapsichico o, al più, al “modellamento” determinatosi nell’originaria interazione diadica con le figure di attaccamento». Invece, spiegano i due ricercatori, la genitorialità non può che «dispiegarsi in un “gioco a tre” e il fondamento dell’identità del figlio, in quanto figlio, non può che risolversi in un’unica e specifica collocazione spazio-temporale, cioè in un posto specifico all’interno della storia e della geografia familiare», in altre parole: «potersi misurare mentalmente con due genitori, nella loro essenziale unicità, e soprattutto potersi identificare e riconoscere nel legame, come elemento “terzo”, eccedente gli individui, è una condizione necessaria per parametrarsi in modo congruo e realistico con le proprie coordinate di origine», per dare «un fondamento reale e non immaginario alla propria identità».
Gli psicologici concludono sostenendo che a fronte di una cultura spesso spaventata dai limiti e dal rifiuto della differenza, centrata su valori individualistici e poco interessata a dare senso e a indicare obiettivi alle esperienze di vita delle persone, «la famiglia, con le sue categorie di paternità, maternità, filiazione, propone dunque la sua sfida presentandosi come il luogo per eccellenza dell’incontro-relazione tra le differenze fondative dell’umano (quelle tra genere, generazione e stirpi) e dunque orientato a un fine generativo, com’è propria dell’incontro tra differenze, sia sul piano biologico, sia su quello culturale». Per questo «la necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, il diritto inalienabile di chi è figlio, ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona pienamente umana».
...why?





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